Erano un centinaio per lo meno. Volerli affrontare sarebbe stato come correre incontro ad una morte più che certa, specialmente colle povere armi di cui disponevano Diaz e l’indiano.

Avessero avuto degli archibugi, avrebbero forse avuta qualche speranza di arrestarli e anche di sgominarli; colle gravatane c’era ben poco da sperare.

Diaz aveva subito capito che la partita era ormai irreparabilmente perduta e che non era il momento di occuparsi del disgraziato Alvaro.

Rospo Enfiato aveva già varcata la porta e correva come un cervo attraverso la tenebrosa prateria, dirigendosi verso la foresta, la cui massa imponente giganteggiava cinquecento passi più innanzi.

Con uno sforzo disperato lo raggiunse, mentre i Tupy si disperdevano per la pianura ululando ferocemente.

— Verso il fiume, — disse Diaz. — È necessario raggiungere la barca, se non ce l’hanno portata via.

— Sì, al fiume, — rispose il Rospo. — La nostra salvezza sta nella savana sommersa. —

Avevano raggiunta la immensa foresta.

Il Tupinambi si orizzontò rapidamente, poi riprese la fuga seguito da Diaz il quale ormai già abituato alle lunghe corse degl’indiani, aveva acquistata un’agilità straordinaria.

I Tupy continuavano ad inseguirli con accanimento, ma costretti a cercare le tracce, dovevano di frequente arrestarsi, e come si può ben immaginare, i due fuggiaschi ne approfittavano per guadagnare sempre via.