Rospo Enfiato teneva una via quasi diritta, essendo quella parte della macchia formata da sole palme della cera, alberi che non crescono l’uno a fianco dell’altro e che essendo altissimi spingono molto in alto le liane e tutte le piante parassite che ingombrano le boscaglie brasiliane. Ogni mezz’ora concedeva al compagno un breve riposo, poi ripartiva spronato dalle grida dei Tupy che non cessavano di echeggiare in lontananza.

Verso le tre del mattino, entrambi esausti, giungevano sulle rive del fiume.

Rospo Enfiato diede uno sguardo alla riva e scorgendo verso levante il promontorio su cui si ergeva il villaggio che già avevano notato, ridiscese verso ponente.

Percorsi sette od ottocento passi, si arrestò presso un albero che bagnava nel fiume le sue radici, esclamando con accento giulivo:

— La canoa! Il gran pyaie bianco mi aiuti. —

La liana che tratteneva la scialuppa non era stata scoperta dai selvaggi del villaggio.

Unendo i loro sforzi, l’indiano e Diaz trassero a galla la canoa scostando le enormi foglie delle victorie che la coprivano, poi servendosi dei due vasi che vi stavano dentro, rapidamente la vuotarono.

— Alla savana, — disse il Rospo, prendendo le pagaie.

La corrente era piuttosto rapida e aiutava potentemente la canoa, spinta anche dalle quattro pagaie; in meno di tre ore raggiunse la savana sommersa, senza aver fatto alcun cattivo incontro.

Già i Tupy da parecchio tempo non si udivano più. Dovevano essersi fermati nella foresta, credendo forse che i fuggiaschi avessero trovato qualche nascondiglio.