Si rovesciò sul dorso e si guardò intorno, tenendo nella destra quella specie di pugnale di pao de fero a due punte.

Un leggiero risucchio lo avvertì che il caimano lo aveva seguito nuotando sott’acqua.

Riprese l’appiombo spingendo innanzi la mano. Con un grido avrebbe potuto far accorrere in suo aiuto Diaz, ma non osò farlo per tema di attirare l’attenzione dei selvaggi che si trovavano forse più vicini di quanto supponeva.

Preferì far fronte al pericolo da solo. D’altronde non era la prima volta che si provava a misurarsi con quei mostri acquatici e sapeva come difendersi.

Non erano trascorsi cinque secondi che vide l’jacarè rimontare alla superficie.

Il rettile aveva aperte le sue formidabili mascelle, irte di denti triangolari e acutissimi, e moveva verso la preda colla speranza di tagliarla in due.

Rospo Enfiato non si era mosso. Agitava solamente le gambe per mantenersi a galla e conservare la sua posizione orizzontale.

Con un ultimo slancio il rettile gli fu addosso. Pronto come un lampo, l’indiano cacciò audacemente la mano armata del pugnale fra le mascelle, in modo che le due punte si appoggiassero contemporaneamente sulla lingua e sul palato.

Il mostro, credendo di stritolare il braccio, le aveva chiuse precipitosamente.

Ad un tratto fece un balzo indietro mandando un soffio poderoso accompagnato da un sordo muggito e si mise a dibattersi con furore spaventevole.