Afferrarono le pagaie e approfittando del momento in cui gl’indiani rimasti sulla riva s’aprivano un varco fra i paletuvieri per diminuire la distanza e rendere più efficaci i tiri delle frecce, si allontanarono d’una trentina di passi, distanza sufficiente per essere fuori di portata.
Tre Tupy però, più lesti degli altri, li avevano seguiti da vicino, anzi uno con un ultimo slancio aveva posata una mano sulla poppa tentando di issarsi nella canoa. Diaz che lo aveva veduto, afferrò la mazza del compagno e gli assestò sul cranio un tale colpo da cacciarlo sott’acqua per sempre.
Nel medesimo tempo il Rospo lanciava una freccia contro il secondo, colpendolo in mezzo al petto.
Il terzo, spaventato, s’immerse, imitato tosto anche dagli altri che si trovavano più lontani.
— Voga! Voga! — gridò il marinaio, — Ora non ci prendono più! —
Senza occuparsi delle urla furibonde degl’indiani rimasti a terra e che avevano assistito, senza nulla poter fare, alla sconfitta dei loro compagni, diedero dentro ai remi allontanandosi velocemente verso il sud-est.
Cominciava allora a spuntare l’alba. Le tenebre si diradavano rapidamente ed il cielo si tingeva d’un rosso vivissimo, annunciando l’imminente comparsa del sole.
Le acque della savana sommersa, poco prima nere come l’inchiostro, cominciavano a scintillare con striature d’oro, mentre la brezza mattutina le increspava lievemente.
La canoa, sotto la spinta delle due pagaie, volava sulla superficie della immensa laguna, lasciandosi a poppa una bianca scìa.
Gli uccelli acquatici cominciavano a risvegliarsi, alzandosi rumorosamente dagli isolotti e dai banchi pantanosi e salutando con grida gioconde il ritorno del sole.