Nella baia non si scorgevano che degli uccelli marini d’una specie assolutamente ignota ad Alvaro ed al suo compagno e che si tuffavano nelle acque per dare la caccia ai pesci. Nessuna piroga solcava quell’immenso specchio d’acqua disseminato di superbi isolotti coperti di palmizi di varie specie, che davano loro un aspetto assai grazioso.
Nessun rumore sospetto turbava il silenzio che regnava entro quella specie di golfo che doveva diventare un giorno sede di una delle più opulente città dell’America meridionale e uno dei porti più ampii e più sicuri del mondo.
Solamente si udivano sempre a rumoreggiare e tuonare i marosi, arrestati nella loro corsa dalle scogliere.
La zattera, ora affondando pesantemente nelle pieghe dei cavalloni ed ora librandosi sulle creste, si era già allontanata dalla caravella sempre fiammeggiante, d’un centinaio di metri, quando alcune teste apparvero a babordo ed a tribordo, strappando al mozzo un grido di terrore.
— Signor Correa!
— Gl’indiani? — chiese Alvaro, che non si era ancora accorto della presenza di quei nuovi nemici, non meno formidabili dei mangiatori di carne umana delle selve brasiliane.
— No, gli squali, signore.
— Che siano tutti accaniti contro le nostre polpe e affamati di carne bianca in questo maledetto paese! La cosa comincia a diventare un po’ noiosa.
— Ci hanno circondati, signore. —
Alvaro ritirò il remo e si guardò intorno. Il mozzo non aveva esagerato il pericolo.