— Ed anche il mio, — rispose il mozzo.

Il ragazzo incoraggiato dal felice esito del compagno, vedendo un altro squalo passare a buon tiro, gli aveva spaccata la testa con una destrezza sorprendente.

Disgraziatamente avevano ottenuto l’effetto opposto. Gli altri, invece di spaventarsi per quella brusca accoglienza, eccitati forse dall’odore del sangue erano diventati d’un colpo furibondi.

Urtavano la zattera da tutte le parti, ora spingendola da una parte ed ora dall’altra, facendola piegare a babordo od a tribordo e avventavano colpi di coda così tremendi che i carratelli si sfasciavano compromettendo la stabilità del galleggiante.

Quell’assalto stava per finire tragicamente non ostante i colpi di spadone dei due naufraghi, quando un rimbombo spaventevole echeggiò nella baia e un’ondata altissima si rovesciò addosso ai combattenti, portando la zattera verso la costa.

Era la caravella che saltava. Le fiamme, non combattute, avevano raggiunto il quadro ed i barili di polvere del pilota erano scoppiati con un fragore assordante, sventrando letteralmente il povero legno.

Quello scoppio era stato più efficace che i colpi di spadone di Alvaro e del mozzo.

Gli squali, atterriti, si erano subito inabissati rifugiandosi probabilmente nelle caverne sottomarine che servono ordinariamente di asilo a quei pericolosi abitanti delle baie americane.

Per qualche minuto una immensa nuvola biancastra si distese sopra la baia tutto oscurando, poi, quando si fu dissipata, Correa ed il mozzo scorsero fra le scogliere lo scafo della caravella tutto disarticolato ed infiammato.

— Povero veliero, — disse il portoghese, con una certa commozione. — Quale triste sorte doveva essere la tua. —