Balzava e rimbalzava come una palla di gomma, imbarcando acqua da tutte le parti, girava su sè stessa come una trottola, si rovesciava impetuosamente ora sul babordo ed ora sul tribordo, faticando assai a risollevarsi e ad ogni istante si lasciava indietro qualche pezzo. Ora era un lembo di murata che i marosi si portavano via; ora un attrezzo della coperta oppure un pezzo del cassero.
I marinai, terrorizzati, si tenevano aggrappati ai tronconi degli alberi o alle sartìe che giacevano in coperta, aspettando con angoscia il momento terribile dell’ultimo urto.
Avevano gli occhi dilatati dello spavento, i visi alterati e pallidissimi e dalle loro labbra sfuggivano invocazioni disperate. Facevano voti di portare ceri a tutti i santuarii del Portogallo, di visitare la Terrasanta, di andare a combattere i Mori dell’Africa, di andare in pellegrinaggio e scalzi a Roma, tutte promesse che facevano sorridere l’impassibile giovane, il quale conosceva troppo bene i marinai per prestarvi fede.
Un’altra mezz’ora era trascorsa così, quando un lampo abbagliante solcò il tempestoso cielo, mostrando a quei disgraziati l’orrore della loro situazione.
Quantunque quella luce livida non avesse avuta la durata che di quattro o cinque secondi, tutti avevano potuto accertarsi che il gabbiere non si era ingannato.
La caravella era stata spinta entro una profonda baia, cosparsa d’isolotti e circondata da rupi altissime e da colline coperte da folte foreste. A destra ed a sinistra erano state scorte delle scogliere le cui punte aguzze apparivano fuori dalle onde, pronte a sventrare d’un colpo solo la povera nave[1].
Non ostante il suo coraggio, Alvaro de Correa non aveva potuto trattenere un’esclamazione di malumore.
— Mio caro pilota, — disse, volgendosi verso il vecchio marinaio. — Mi pare che questa volta la sia proprio finita e che nessuno dei nostri andrà a combattere i Mori dell’Africa e tanto meno in pellegrinaggio a Gerusalemme.
Possiamo preparare i nostri bagagli pel viaggio all’altro mondo.
— Cominciate voi, signore.