Si rannicchiarono nel cavo della summameira, l’uno presso l’altro e non tardarono ad addormentarsi, malgrado le loro apprensioni.

I batraci dopo essersi sfiatati per un paio d’ore, a poco a poco zittivano. Si udiva ancora che qualche salva di fischi o di muggiti, poi la foresta tornava silenziosa.

Al mattino i due naufraghi, che avevano dormito tranquillamente tre o quattro ore, furono svegliati da un altro concerto, meno assordante però, che si eseguiva fra i rami del gigantesco albero.

Era una banda di mahitaco, piccoli pappagalli dalla testa turchina e le penne verdi, incorreggibili chiacchieroni che gridano a piena gola per delle intiere ore, senza mai un istante di tregua.

— In piedi, Garcia, — disse Alvaro stiracchiandosi le membra. — Il sole è già alto e la colazione forse ancora lontana mentre l’appetito è in aumento.

Non dimentichiamo che il cuoco della caravella si trova nel ventricolo dei selvaggi.

— Dove andremo a cercarla, signore? — chiese il mozzo.

— Ci deve essere qualche stagno o qualche palude in questi dintorni, — rispose Alvaro. — Andiamo a esplorare verso il luogo ove le rane ed i rospi cantavano.

In mancanza di selvaggina ci accontenteremo di un buon arrosto di pesci. —

Raccolsero e divorarono alcune pinha, cambiarono la carica agli archibugi per tema che l’umidità della notte avesse guastata la polvere e appesisi i due barilotti si cacciarono in mezzo agli alberi.