Un numero infinito di uccelli garriva fra quei vegetali; ed in mezzo ai ceppi delle convolvulacee svolazzavano miriadi di quei vaghi uccellini chiamati beja flores, i famosi uccelli mosca o colibrì, colle penne superbe che riflettevano tutti i colori dell’arco baleno: verdi, turchine, porporine e gialle a riflessi d’oro.

— Ci sarebbe da fare una frittata deliziosa, — disse il mozzo che osservava con vivo interesse quei minuscoli volatili che scomparivano interamente entro calici purpurei delle cumarù. — Come sono belli, signor Alvaro! Sembrano incrostati di perle preziose.

— Ammirabili davvero ma non valgono un buon pappagallo, — rispose il signor di Correa.

— Non ne mancano qui. Guardate su quell’albero quanti ve ne sono.

— E vedo anche delle bestiaccie che fanno ribrezzo, fuggire attraverso i rami. Ah! Perdinci, come sono brutte! Che cosa saranno mai? —

Quelle che chiamava bestiaccie, erano dei lagarti, orribili lucertoloni lunghi un buon metro, di color verde cupo, ma la cui pelle cambia sovente di tinta quando sono specialmente irritati, al pari dei camaleonti africani e che si tengono per lo più sugli alberi.

Sono velenosi, non però come le serpi e nondimeno la loro carne è mangiabile, anzi è ricercatissima essendo bianca e gustosa come quella dei polli e le coscie dei ranocchi.

Però anche se Alvaro l’avesse saputo, non avrebbe certamente avuto il coraggio di regalarsi per colazione una di quelle bestiacce, anzi temendo che fossero pericolose s’affrettò ad allontanarsi, facendo un gesto di disgusto.

La palude o lo stagno dovevano essere vicinissimi. Il terreno era saturo d’acqua e le canne aumentavano di passo in passo, mentre gli alberi diventano sempre più radi.

— Ecco laggiù l’acqua, — disse il mozzo che precedeva Alvaro. — Si direbbe che noi stiamo per giungere sulle rive d’un lago. —