Affrettarono il passo e si arrestarono dinanzi ad una vasta palude ingombra di piante palustri e di foglie immense che parevano piccole zattere, sulle quali passeggiavano gravemente numerosi trampolieri.

Più che una palude, doveva essere qualche savana sommersa, dal fondo forse pericolosissimo, senza consistenza veruna.

Aveva un circuito di parecchie miglia ed a malapena si potevano scorgere le piante che crescevano sulla riva opposta.

Qua e là si vedevano dei minuscoli isolotti coperti da palme e abitati da un numero infinito di uccelli, di tui di japì e di choradeira che lanciavano le loro grida lamentevoli piene d’infinita tristezza.

— Che acque nere, — disse il mozzo. — Si direbbe che vi hanno versato dentro delle centinaia di botti d’inchiostro.

Che vi possano vivere qui i pesci? —

Alvaro non rispose. Guardava con inquietudine un minuscolo isolotto coperto di canne che scivolava a fior d’acqua come se qualcuno lo spingesse e che stava eseguendo delle strane evoluzioni.

— Un isolotto galleggiante che cammina, — disse, additandolo al mozzo. — Eppure l’acqua è immobile e non soffia un alito d’aria.

— È vero, signore, — rispose il mozzo, — L’ho osservato anch’io.

— Che cosa possa essere?