Sembrava una scimmia, ma aveva anche molto del tasso ed un po’ anche del gatto.
Non era più alto di mezzo metro, colle membra sproporzionate, la testa rotonda traforata da due occhietti neri e malinconici ed il corpo avvolto in un pelame fitto, lungo, grigiastro e assai ruvido. I suoi piedi erano armati di tre sole unghie, larghe e ricurve al pari d’uncini e così anche le dita delle mani.
— Non ha alcuna ferita e non fugge! — esclamò Alvaro. — Proviamo a farlo cadere. —
Afferrò il tronco del nespolo che non era più grosso del braccio d’un uomo e lo scosse vigorosamente. Fatica inutile! Il quadrumane non voleva saperne di lasciare quel ramo a cui pareva incollato e manifestava solamente la sua collera con degli a-ih! sempre più lamentevoli.
— Non vuole scendere, signore, — disse il mozzo.
— Andrò a gettarlo giù io, — rispose Alvaro. — Deve essere un gran poltrone questo quadrumane.
— Badate che ha delle unghie assai lunghe.
— Non s’incomoderà ad adoperarle.
Salì lestamente sull’albero e si spinse sul ramo tenendo in pugno la scure. Il quadrumane vedendolo accostarsi si mise a soffiare come un gatto in collera e ad arruffare i peli senza però staccare gli artigli.
Alvaro che sentiva l’odore delle costolette con un colpo della sua piccola scure gli spaccò il cranio e lo gettò al suolo, dicendo: