— Pigraccio, va!

Pigraccio! era il suo vero nome poichè quel quadrumane è il più grande poltrone che esista sulla terra.

Era un bradipo, meglio conosciuto dai brasiliani sotto il nome di ay, così chiamato dagl’indiani pel suo grido. Sembra che quegli animali formino l’ultimo anello delle vere scimmie coi tassi e anche coi gatti, quantunque sia ben lungi dal possedere neanche in minima parte l’agilità degli uni e degli altri.

Vivono per lo più fra i rami delle palme ambuibe delle cui foglie sono ghiotti e anche fra i mazzi di bambù della cui polpa si cibano, ma quanta fatica costa a loro salire su quelle piante! Prima di issarsi lassù, impiegano delle giornate, non muovendo le loro zampe e le loro braccia che dopo un lungo riposo.

Raggiunti i rami d’un albero non li lasciano più finchè non hanno divorata l’ultima foglia, poi, per risparmiarsi la fatica di ridiscendere, quei pigroni si lasciano cadere al suolo da qualunque altezza si trovino.

Anche a terra sono d’una lentezza incredibile e malgrado tutti i loro sforzi, anche se tormentati, non riescono a percorrere più di quattro o cinque metri all’ora.

Alvaro ed il mozzo, quantunque avessero desiderato qualche cosa di meglio d’un quadrumane, s’affrettarono a scannare l’animale che era ancora agonizzante malgrado quella spaventevole ferita, avendo l’esistenza tenacissima, lo infilzarono nella bacchetta di ferro d’uno degli archibugi che appoggiarono su due rami infissi nel suolo e accesero il fuoco.

— Mentre sorvegli l’arrosto, io andrò a far provvista di frutta ed a cercare del canape o qualche cosa che possa surrogarlo, — disse il signor di Correa. — Non avrai paura a rimanere solo!

— Oh no, signore, — rispose il mozzo. — Il mio archibugio è carico. —

Alvaro s’allontanò dirigendosi verso la foresta il cui margine si trovava a più di cinquecento passi.