Dei bellissimi alberi che crescevano a gruppi, e che prima di allora il portoghese non aveva mai veduti, ingombravano il suolo che si estendeva fra le rive della palude e la foresta vergine. Erano di forme eleganti, non più alti di sei o sette metri, col fogliame d’un bel verde cupo e carichi di frutta gialle, grosse e lucenti come zucche e che per una strana particolarità invece di pendere dai rami uscivano dai tronchi delle piante.

Erano delle jabuti cabeira, comunissime nelle foreste brasiliane e assai apprezzate per le loro frutta le quali, attorno ad un nocciuolo grossissimo, hanno una polpa carnosa, delicata e assai saporita.

Il portoghese avendone assaggiate alcune che erano cadute al suolo e avendole trovate eccellenti, ne fece una buona raccolta, poi proseguì la via facendo fuggire immensi stormi di tico-tico, specie di passere che non sono meno ciarliere delle nostre e di azulae dalle belle penne azzurre. Attraverso le foglie secche, ancora imperlate della rugiada notturna, Alvaro vedeva ancora saltellare quelle brutte parraneca, dalle lunghe gambe, che la sera prima avevano invaso la radura della summameira e anche, non senza un profondo ribbrezzo, certe serpi color verde, sottili come liane e appunto perciò chiamate dai brasiliani cobra cipo ossia serpi liane, che è facile confonderle fra il caos di vegetali che ingombrano le foreste vergini.

Aveva già raggiunto l’orlo della foresta sempre cercando qualche pianta che gli potesse dare qualche materia fibrosa da surrogare il canape necessario alla riparazione del canotto, quando la sua attenzione fu attirata da un crepitìo incessante come se delle palle o delle zucche cadessero al suolo spaccandosi.

— Che vi siano degl’indiani qui? — si chiese, appiattandosi dietro un cespuglio.

Guardò attentamente verso il luogo ove si udivano quei crepitìi e vide cadere da un albero colossale che si ergeva venti passi più innanzi, delle frutta enormi che nello spaccarsi lanciavano intorno certe specie di mandorle.

— Chi può farle cadere? — si domandò. — Vengono lanciate con troppa forza e non piombano verticalmente. —

Alzò gli occhi verso quel colosso e scorse fra le fronde delle bruttissime scimmie che staccavano destramente le frutta e che le lanciavano a terra a tutta forza onde si spaccassero.

Era una truppa di brachieri calvi, i più brutti quadrumani che forse esistono, colla testa completamente calva, il muso rosso come quello degli ubbriaconi impenitenti e raggrinzato, che dava loro un aspetto decrepito ed il pelame lunghissimo giallo rossastro.

Gettata al suolo una grande quantità di frutta, le scimmie scesero lestamente e sedutesi attorno all’albero si misero a divorare avidamente le mandorle che erano balzate fuori da quelle noci enormi.