Dik Mac Leod si alzò, un po' traballando sulle gambe piuttosto malferme e se ne andò colle mani sprofondate nelle ampie tasche, borbottando:

— Ecco una bella giornata!... Lo sapevo io che cambiando mestiere avrei finito per fare una bella fortuna. Le foche, le morse e le balene che da tre anni lascio in pace, devono aver pregato per me.

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La mezzanotte suonava all'orologio del palazzo del governo, tosto ripetuta su diversi toni da tutti gli orologi dei campanili delle chiese cristiane e protestanti di Montreal, quando il cancello del giardino in mezzo a cui s'alzava il garage di Montcalm s'aprì per lasciar passare il treno destinato a conquistare il Polo artico.

Nevicava fortemente ed un vento freddissimo, che giungeva a grandi raffiche dalle immense pianure dell'Ontario, spazzava, sibilando sinistramente, le vie della città ormai già deserte.

Dik Mac Leod sedeva al volante; dietro di lui, ben avvolti in ampi gabbani di grosso feltro, stavano il signor di Montcalm e Walter, l'allegro studente bocciato.

Nella vettura a rimorchio, ben chiusa e tutta oscura, non vi era nessuno.

— Buon viaggio, padrone!... — disse il gigantesco portiere, alzando la lanterna e spalancando i cancelli. — Che Dio vi assista in così grande e così pericolosa impresa.

— Addio, mio buon Perrot, — rispose, con voce un po' commossa, il signor di Montcalm. — Se gli orsi bianchi non ci divoreranno, prima di due mesi noi saremo di ritorno.

Ti manderò notizie dal forte Severn e da quello di Churchill, se non avrai premura. —