Appena dentro, credette di morire asfissiato, tanta era la puzza che usciva da quel corridoio; sentendosi spinto innanzi dal canadese che lo seguiva, sgattaiolò il più presto che gli fu possibile fra le strette pareti, colla speranza di poter giungere subito in un posto meglio arieggiato, e si trovò in una stanza circolare abbastanza vasta, illuminata da un foro aperto in alto e difeso da un pezzo di vescica di cavallo marino che bene o male serviva da vetro.
La speranza di poter trovare un'aria più respirabile, sfumò subito, poichè la puzza che regnava là dentro era ben più acuta di quella che aveva invasa la galleria.
Quello sopratutto che colpì e che prese alla gola il povero studente, fu un acre odore d'ammoniaca. La catapecchia ne era addirittura appestata in modo spaventevole.
— Per tutti i fulmini di Giove!... — esclamò, rialzandosi a fatica. — Ohè, Dik, c'è qualche fabbrica d'ammoniaca qui dentro? Come fate voi a resistere?
— Vi abituerete anche voi, — rispose l'ex-baleniere, il quale pareva che non si trovasse troppo a disagio entro quel letamaio.
— E da che cosa proviene.... questo profumo, chiamiamolo pure così, se è quello gradito dalle belle esquimese. —
Lo chaffeur gl'indicò tre o quattro grossi vasi di pietra porosa, che occupavano un angolo della stanza.
— Da quelli, — disse poi. — Sono pieni d'orina.
— E che!... Questi porci la conservano per....
— Per conciare i loro stivaloni di mare.