Al primo colpo l'orso aveva spalancato maggiormente le mascelle: al secondo aveva mandato un urlo ferocissimo che si era ripercosso sinistramente dentro il carrozzone; al terzo le sue zampe, aggrappate all'orlo del finestrino, si erano staccate; al quinto tutto il suo corpo gigantesco si era alzato sotto la spinta delle zampe deretane, mostrando il petto, ed al sesto era stramazzato, affondando nell'alto strato di neve.

— Signore!... — gridò Walter, slanciandosi verso il finestrino. — E la mancia? Pezzente, me l'avete frodata come un negro dell'Angola!... Prendi, canaglia!... Mangia anche questo, giacchè hai annusato il profumo!... Ti consolerà nelle ultime strette dell'agonia!... —

Ed il mattacchione, senza pensare che i suoi compagni attendevano la colazione, scaraventò padella e contenuto dentro la buca dove era affondato il gigante dei mari glaciali.

— Corpo di una balena!... — gridò Dik. — Che cosa avete fatto? E noi? —

Lo studente si era voltato calmo, calmo, guardando ironicamente l'ex-baleniere, il quale pareva che fosse lì lì per scagliare fuori una interminabile sfilza di imprecazioni marinaresche.

— E noi, — disse, — mangeremo uno dei zamponi dell'orso. Non sapete che valgono i prosciutti dei maiali d'Irlanda?

— E chi andrà a prenderlo? Io no di certo.

— Corpo di tutti i fulmini dell'amico Giove!... — esclamò Walter, grattandosi la testa. — Mi ero dimenticato che vi sono altri tre o quattro orsi nascosti sotto il carrozzone! Decisamente sono uno stupido!...

— E grosso come un rinoceronte, — brontolò l'ex-baleniere, stritolando il cannello della pipa che teneva fra i denti.

— Walter, — disse il canadese. — Era grossa la mancia?