I diecimila spettatori, dopo aver urlato come una banda di lupi affamati e dopo aver perduta quasi completamente la voce a forza di hurràh così spaventosi da vincere tutti i cosacchi della Russia e della Siberia, si sbandano a destra ed a sinistra, schiacciandosi contro le cinte e rovesciando, nella loro fulminea ritirata, più d'un banco colle relative bottiglie.
Diamine!... Non vi era da indugiare un solo minuto se si trattava dell'automobile della bellissima Ellen Perkins, la più indiavolata sportman di tutti gli stati dell'Unione Americana e già perfino troppo nota anche nel Canadà dove aveva storpiate, nelle sue pazze corse, una mezza dozzina di persone.
— Largo!... Largo!... — si gridava da tutte le parti.
Quel magnifico viale, tutto bianco, tutto diritto, metteva capo appunto allo spazioso recinto occupato da quella massa di scommettitori furibondi e di sportmen accorsi da tutte le città canadesi e della vicina frontiera americana.
L'automobile, che s'avanzava colla velocità d'un treno diretto americano, non doveva fermarsi che in mezzo alla pista e dato l'impeto non era improbabile che succedessero delle disgrazie.
Intanto l'entusiasmo degli spettatori aumentava con un crescendo inverosimile. Pareva che le gole, eccitate dai bicchieri di wisky, di gin, di grogs brandy, avessero ripresa una forza straordinaria, poichè gli hurràh ormai salivano al cielo.
Il rumoreggiare del vicino S. Lorenzo non si udiva ormai più. Il fiume era stato vinto.
— Hurràh for miss Ellen!... Hurràh!... Hurràh per Montcalm!... Hurràh per Torpon!... —
E tutte quelle voci, quantunque ormai diventate rauche, si confondevano in un frastuono impossibile a descriversi. Nemmeno l'oceano Atlantico, nei suoi cattivi giorni di grande tempesta, avrebbe potuto vincere in un concorso di grande, spaventevole fracasso.
L'automobile ormai era in vista. Era una magnifica macchina tutta scoperta, a dieci posti, dipinta in giallo, montata da sole cinque persone.