Sopra un'altura a breve distanza dal mare, in una posizione incantevole, è Recanati: poco lungi, sopra un altro colle, sorge Loreto con la sua Sacra Casa, oggetto da secoli di pii pellegrinaggi; intorno, nell'ampio orizzonte chiuso lontano da la linea del mare e da la catena degli Appennini, si elevano il maestoso Monte Morello, oggi ameno passeggio, ma rozzo, ermo, selvaggio al principio del secolo, il Monte Tabor signoreggiante la vallata che il Potenza solca con l'argentea linea delle sue acque, il Monte Sanvicino.
Il borgo, o cittadina, se la si vuol chiamar così, un'ampia strada principale da cui si partono alcune vie traverse, non ha la tristezza, l'aria selvaggia che molti gli suppongono, e non potrebbe esser tetro in quella ubertosa regione tutta vigneti ed olivi che nell'argento de le loro foglie nascondono i rami contorti e nodosi, sotto la diffusa luce del sole meridionale, in quella regione ridente, dinanzi al mare, che ne profuma l'aria di fresche, salubri esalazioni, fra i suoi monti sonanti d'acque pure e i suoi floridi campi ove il grano s'indora nel luglio ardente e fioriscono candidi e rosei meli e ciliegi nel puro aprile. Non è tetro Recanati, ma nella gioiosa festa de' suoi dintorni ha un'aria seria e severa al par di molte città e villaggi antichi nostri; nelle mura vetuste, nelle strette vie, nelle chiese severe, quali il duomo e Sant'Agostino, nei conventi, nei campanili, quali la torre di piazza o torre del borgo, quella, antichissima, di Sant'Agostino, che con l'alto cono attirava i fulmini e fu perciò abbattuta, nei neri palazzi Carradori, Roberti, Antici, Leopardi spira l'austerità del passato. Quiete e silenti quasi sempre le vie, ove suonava di rado (parlo del secolo scorso, ma si potrebbe dir lo stesso del nostro) il cigolío di un carro pesante e il rintocco pensoso di una campana, il canto di una donna, il gorgheggio dei rosignoli, non infrequenti ospiti degli ampi giardini, più verdi che fioriti.
Un palazzo grande, severo, di antica architettura, da le alte finestre ad inferriate, in mezzo a' due giardini, uno a levante l'altro a ponente, quello più aperto, adorno di gruppi di vasi d'aranci e limoni e d'una vasca, questo più ombroso e fresco co' suoi alberi fitti che ne fanno una specie di boschetto, ove mesti s'ergono alcuni cipressi e s'apre amena una loggia: al primo piano un vestibolo a colonne, con armi, bassorilievi, qualche cosa di severo e solenne, qualche ampia sala tappezzata di damasco, ornata di specchi e di mobili dorati, parecchie altre vaste, quasi nude nel semplicissimo arredamento: ecco il palazzo avito dei conti Leopardi. In esso al conte Monaldo e a la contessa Adelaide, dopo i due primi figliuoli, Giacomo e Carlo, nasceva addì 5 ottobre 1800 una bambina, venuta prematuramente a la luce di sette mesi e cui vennero posti i nomi di Paolina, Francesca, Saveria, Salesia, Placida, Blancina, Aloisia. Fu battezzata dal canonico Ettore Leopardi ed ebbe a padrini il marchese Carlo Antici, fratello di Adelaide, e la marchesa Francesca Della Branca Mosca, la quale, malcontenta di restare in Pesaro, tornato a la repubblica italiana o cisalpina, era andata in Recanati nella casa del nipote, dove morì nell'aprile del 1801.
Paolina crebbe sempre vicina ai fratelli, partecipe de' loro giuochi, educata rigidamente al par di loro, istruita con loro e assai più seriamente che non si solessero istruire le fanciulle del suo tempo. Nella casa severa, tra gli austeri genitori, attorniati da una brigata domestica numerosa, ma non lieta, di cui facevan parte lo zio di Monaldo, Ettore canonico, l'ex-gesuita Don Giuseppe Torres, il cappellano Ferri, Don Sebastiano Sanchini di Mondaino, Don Vincenzo Diotallevi; brigata, cui veniva non di rado ad aggiungersi la compagnia di parenti ed amici per lo più aristocraticamente gravi, di ecclesiastici tutti compresi di politica reazionaria; sempre sorvegliati dai genitori, dal precettore o dal pedagogo, i ragazzi Leopardi, affettuosissimi d'indole, si stringevano fra loro, ad un tempo compagni, amici, fratelli, e sin da allora prendeva radice nei loro cuori quel vivissimo affetto che li legò così saldamente e che tanto conforto diede a la loro gioventù.
Giacomo, esile, ma allora diritto e snello, pieno di vita, avea la carnagione bianca, gli occhi azzurri, dolci e fieri insieme; Carlo, più robusto e nerboruto, era di una natura meno profonda e riflessiva, e, anche bambino, bello, spiritoso e mordace come fu di poi; Paolina, vestita sempre semplicissimamente di nero, piccola e gracile, aveva capelli bruni e corti, occhi di un azzurro incerto, viso olivastro e rotondetto; era brutta, ma di una gentilezza, di una bontà, che potevan farla parere graziosa a chi la conoscesse intimamente. Ella si adattava ai chiassosi giuochi dei fratelli, benchè preferisse i divertimenti più tranquilli; le piaceva soprattutto dir la messa dinanzi ad un altarino, e per questo e pel suo aspetto, Giacomo e Carlo solevan chiamarla Don Paolo, nome che le rimase a lungo. Il primogenito, com'era il più pronto d'ingegno, era anche il più prepotente, e ad ogni costo voleva primeggiare su tutti; la sorella cedeva di buon grado e, ancora fanciulletta, cominciava ad avere per lui una specie di culto devoto, tanto più che negli studi la supremazia di lui era evidente e che egli non soleva mai farsi pregare per dar aiuto ai fratelli nello svolgimento dei loro temi o nelle risposte da dare al maestro. Primo insegnante dei ragazzi fu Don Torres di Vera Cruz, che era stato anche precettore di Monaldo; ma questi, memore del pessimo insegnamento ricevuto, benchè conservasse per sempre un'affettuosa amicizia per quell'ex-gesuita, volle che i figli ricevessero un indirizzo migliore, e li affidò a Don Sebastiano Sanchini, tenuto in casa e verso cui si aveva ogni riguardo, come verso l'altro pedagogo Don Vincenzo Diotallevi, buon uomo questo, grasso e florido, il quale, con l'ostentazione d'un coraggio che non era punto nella sua natura, dava talora occasione agli scherzi dei fanciulli. Il Sanchini non fu un portento, ma certo doveva meritare assai più encomio che biasimo, se ben presto in tutti i suoi scolaretti fu vivissimo l'amore a lo studio, amore che in Paolina (non parlo di Giacomo) non venne mai meno e fu di conforto a la malinconica vita. Questa prima istruzione era rivolta a la lingua italiana, a la latina, a la francese, a le scienze naturali, a la storia, a la geografia, ed aveva a fondamento l'educazione religiosa e morale. Paolina non raggiungeva ancora nove anni, quando, il 30 gennaio 1808, in uno di quei pubblici saggi che Monaldo soleva far dare a' suoi figliuoli, rispose a dieci questioni di dottrina e ad altre dieci, e non facili, di storia e di geografia antica; l'8 febbraio del 1810 in un altro saggio rispondeva a venti questioni di filosofia e di scienze naturali, queste ultime riguardanti le meteore, il terremoto, il sole, la luna, i pianeti, le comete, gli ecclissi, il flusso e riflusso del mare: in quello stesso giorno ella doveva parlare de la storia di Spagna, del Portogallo, di Svezia, di Danimarca e Norvegia, da le più antiche memorie che ce ne restano sino al 1800. Ella aveva coi fratelli una parte nei dialoghi che Monaldo componeva e faceva loro recitare pubblicamente. Il Sanchini in una lettera (1º ottobre 1810) che da Mondaino, ov'era andato a passar le vacanze autunnali, scriveva a' suoi alunni, ha un paragrafo tutto per Paolina: «Mulieri invite Latii sermone litteras exarandas me trado. Mos invaluit, has fusum et colum tractare debere. At de te, Paulina, erit fortasse dissimiliter, nisi desidia marcescere voles. Perpende, mulier sicuti nata es, semper mulier eris; propterea muliebres facultates quoque ediscendæ sunt, et ex istis magis quam ex illis maior eris. Sed de hoc satis ne aliquis dicat sutor, ne ultra crêpidas. Cura valetudinem tuam. Vale.»[14]
Nel decembre del 1811 Paolina scriveva una lettera in latino a Monaldo, dandogli relazione de' suoi studi; questa lettera, che fu pubblicata da l'Avoli negli Studi in Italia (anno V, vol. 2º, pag. 692), prova il buon indirizzo e la severità de l'insegnamento che le veniva dato.
In una grande stanza ben arieggiata e luminosa stavano disposti l'uno dietro l'altro i quattro tavolini da studio dei ragazzi, ultimo quello di Paolina; a tutti insieme (anche al piccolo Luigi) dava le sue lezioni Don Sanchini, compreso de la gravità del suo ufficio e armato d'un lungo staffile, ch'egli però brandiva, dice la Teja, più per la forma che per l'azione. Agli studi s'alternavano ancora i giuochi nei due giardini di casa, le allegre scampagnate, il chiasso coi cugini e le cuginette. Paolina amava in quella prima età gli scherzi e l'allegria, era di carattere affettuoso e franco, e nella soggezione in cui viveva coi genitori, specialmente con la rigida Adelaide, si stringeva a Carlo e ancor più a Giacomo, pel quale si sarebbe gettata nel fuoco. Non aveva che dodici anni, quando per fargli un favore, ricopiava il manoscritto d'un suo compendio di logica e ne riceveva per ringraziamento questa graziosa ed erudita lettera:
«All'Ill.mo Signore, Padrone colendissimo
»Il Signor Don Paolo Leopardi.
»Casa.
»Recanati, 28 gennaio 1812.
»Amico carissimo, ricevo in questo momento il plico, che voi m'inviate, accompagnato da una obbligantissima lettera. Essa è ben degna per la sua brevità di esser commendata da' Lacedemoni, e dagli altri popoli della Grecia, i quali, dovendo rispondere in lettera ad alcuna inchiesta, non iscrivevano talvolta che la semplice parola: No. Il piacere che voi mi avete fatto col tòrre a copiare il mio picciol Compendio di Logica, non vi sembrerà forse sì grande, quanto lo è in realtà. Un buon copista è assai raro, ed io non reputo lieve vantaggio l'averne ritrovato uno, che sia conforme al mio desiderio. Il restauratore dell'italiana Poesia, Francesco Petrarca, lamentavasi che, avendo egli in poche settimane condotto a fine il suo libro latino De Fortuna, etc., non potea dopo più anni averne copia, che pienamente il soddisfacesse, poichè di mille errori eran ripiene tutte quelle, che egli avea avute da' vari copisti. Se io fossi vissuto al tempo di Petrarca, e l'avessi udito lamentarsi meco in tal modo, avrei facilmente appacificate ed acquetate le sue querele coll'insinuargli di darvi a copiar la sua opera, e son certo che, malgrado la sua delicatezza in questa materia, egli ne sarebbe rimasto soddisfatto. Nè crediate che il mestier del copista sia da disprezzarsi. Teodosio, uno de' più grandi Imperatori d'Oriente, s'impiegava ancor egli nel copiare gli altrui scritti, e non vivea che del danaro ricavato da questa non ignobil fatica. Voi potrete dirmi, che Teodosio non operava in tal modo, perchè di sè degno riputasse un tal genere di lavoro, ma solamente per un effetto della sua profonda umiltà e virtù cristiana; ma io, per convincervi di quanto ho preso a dimostrarvi, vi apporterò un altro esempio. Non ci dipartiamo dal Petrarca. Egli avendo intrapreso di fare un viaggio, non ben mi rammento per qual fine, e ritrovata, cammin facendo, un'opera di Cicerone, di cui non avea per anche contezza, non istimò cosa vile il copiarla da capo a fondo. Ma è ormai tempo di finirla, poichè mi avvedo che, avendo fatto l'elogio dello stile laconico, sto per cadere nei difetti dello stile asiatico. Sono affezionatissimo per servirvi di cuore