»Giacomo Leopardi.»[15]

Paolina, crescendo, andava arricchendosi oltre che d'un'ottima cultura generale, di una cognizione chiara e non superficiale de la letteratura italiana, latina e francese; meno profondamente, conobbe anche lo spagnuolo. In italiano scriveva con facilità e con semplice eleganza, tanto che del suo modo di scrivere Giacomo le fece lode più volte; egli chiamava le sue letterine e il suo stile così gentili da non parer non solamente recanatesi, ma neanche italiani; e pensava forse a la lunga ed accurata lettura che Paolina aveva fatto de le lettere di Mad.e de Sévigné, ch'ella chiamava la sua opera classica, asserendo di saperle tutte a memoria. L'approvazione di Giacomo faceva strabiliare la sua modesta sorella, che gli confessava di vergognarsi quasi di scrivere a lui, temendo ch'egli scoprisse l'inganno di quelli che la lodavano pel suo stile.

Il Viani nel pubblicare l'epistolario, a la pagina in cui Giacomo encomia le lettere di Paolina, appone una nota in cui conferma quel giudizio e aggiunge che la coltura, l'ingegno e la gentilezza de la contessina erano veramente singolari. Ad aprire la mente di lei certo giovavano assai le lunghe conversazioni con Giacomo, che, timidamente ritroso e chiuso in sè con tutti, taciturno, malgrado l'immenso suo tesoro d'idee, non soltanto nelle conversazioni, ma sol che si trovasse fra due o tre persone riunite ed anche con gli stessi genitori, era espansivo coi fratelli; con loro voleva e poteva discutere, perchè in fondo in quasi tutte le idee generali andavan d'accordo, e questa era la condizione ch'egli credeva indispensabile per poter discutere utilmente e piacevolmente con qualcuno. Paolina, oltre a fargli da copista, a scriver lettere per lui, ad esser confidente di tutte le sue pene e prima ammiratrice dei suoi scritti, era con Carlo la sua unica compagnia, quando i gravi mali, di cui egli sofferse agli occhi, lo costringevano a passare le intere giornate chiuso al buio in una stanza, fremendo e delirando pel nuovo dolore di non poter studiare, che veniva ad aggiungersi a le sue tante pene. Ella era così abituata a creder ciecamente nel primogenito, a prender parte a tutti i pensieri, a tutti gli affetti di lui, che ritroviamo nel suo cuore in gran parte il cuore di Giacomo: al par del fratello ella nascondeva sotto un aspetto timido e un'abitudine di taciturnità, che in lei pure era mal giudicata come prova di uno spirito arcigno, un'anima ardente, assetata d'amore, pronta ad affezionarsi, anzi a darsi tutta con un entusiasmo che aveva qualche cosa di romanzesco e di sentimentale, a chi le dimostrasse qualche tenerezza. Come Giacomo, ella portava nell'amicizia il linguaggio passionato de l'amore, e, quantunque pregiasse sopra ogni cosa la intelligenza, la coltura, la finezza de l'educazione, pure persino a le persone di servizio si affezionava talmente da durar a pianger parecchi giorni quando qualcuna di esse a lei cara lasciava la casa. Vivacissima anch'ella di fantasia, anch'ella odiava Recanati, sognando di là da quei monti e da quel mare un mondo meraviglioso, un'ignota felicità; il pensiero che vi fosse qualche cosa ch'ella non doveva veder mai, le era un vero e proprio tormento; e quando rifletteva, come Giacomo giovanetto, quante belle cose ha il mondo, si sentiva struggere, anelava a i ghiacciai de la Svizzera, al cielo di Napoli, a le aurore boreali de la Russia, e non era ancora riuscita a vedere i tanti e bellissimi punti di vista del suo paese. Se ne le letture, che eran tutta la sua distrazione, ella trovava belle pitture di luoghi, bei racconti di viaggi, gettava via il libro e scoppiava in pianto. Anch'ella nel confronto de la povera realtà coi sogni superbi, si sentiva profondamente infelice, e peggio era quando i suoi non riuscivano a capire, essi che adoravano la loro casa, quel ch'ella desiderasse, e venivano osservandole che infinite persone si sarebbero chiamate felici di poter cambiar sorte con lei, di non mancar mai del pane, di poter dormire a proprio grado, lavorare o no a proprio talento. Capiva ella stessa di dover parer incontentabile, ma non sapeva rassegnarsi, sentendo in sè tanta vivacità di fantasia e soprattutto tanta inutile potenza d'affetti; e si lasciava prendere da un'infeconda tristezza che le annebbiava il mondo, le amareggiava la vita. Comune con Giacomo aveva l'amore a la natura, ne la contemplazione de la quale le pareva che si addolcissero le sue pene e che il suo spirito trovasse qualche cosa de le ineffabili bellezze e de le dolcezze sognate: «Io credo,» ella scrisse più tardi, «che oramai non resti all'uomo dabbene altro piacere da gustare che nel contemplare le bellezze infinite della natura: tutto il resto non è più fatto per lui, o egli non vi si può adattare.»[16] Come Giacomo sentiva rinnovarsi la vita, risvegliarsi ai più teneri moti l'anima sua al ricomparire de la primavera, così Paolina aveva una estrema predilezione per i bei mesi di aprile e di maggio, in cui vediamo fiorite le siepi; e pareva che ne la natura e ne la primavera ella amasse di riposare il suo cuore offeso da la vita e dagli uomini. La commovevano profondamente le due arti sorelle: poesia e musica; ed il suo amore per esse era tanto intelligente, quanto vivo: adorava i veri poeti, non poteva soffrire non pure i cattivi, ma neanche i mediocri; e più tardi le sue amiche Brighenti, per quanto facessero, non poterono piegarla a indulgenza verso il Cagnoli e il Perretti, loro intimi.

La musica, in particolare le appassionate melodie di Bellini, che parve nelle sue note trasfondere tutti gli entusiasmi de la gioventù, tutte le ardenti lacrime de le alte sventure, commoveva ineffabilmente Paolina, che avrebbe voluto ascoltarla tutta sola, libera di ridere, di piangere, di gridare, secondo le impressioni de l'animo suo. Giudicò la morte del grande maestro una disgrazia immensa; al primo sentirne la notizia, mandò un grido di dolore, e sospirava tutte le volte che le accadeva di riparlarne.

Paolina giovanetta era religiosa, ma lontana da ogni mistico esaltamento, dal suo cuore la prece usciva sincera e fervida, ma i suoi occhi cercavano la terra, le bellezze e le gioie d'una vita pura e onesta sì, ma umana. E quegli occhi intelligenti e buoni eran la sola leggiadria de la giovanetta, sempre piccola, esile, bruna e di più difettosa nella persona.

S'intende facilmente come anch'ella rodesse a fatica il freno ne la casa paterna e come, quando tra i fratelli ed il padre l'accordo fu rotto e incominciò quella lotta muta e tanto penosa per gli uni come per l'altro, ella fosse tutta con Giacomo e con Carlo, prendesse parte a le piccole e disgraziate cospirazioni, a le rivolte più pensate che reali, e soffrisse con loro de le sempre mancate speranze, degli scoramenti che li opprimevano. Ella pure piangeva la sua vita e il suo cuore sepolti in quel soggiorno abbominevole e odiosissimo, in quella notte tenebrosa, e non trovava sollievo che in questo pianto, in questa commiserazione di sè stessa, ne la coscienza di esser considerata nulla, ma di valer pur qualche cosa.

Quando nel novembre del 1822 il marchese Carlo Antici, dopo lunghe preghiere ed insistenze, ottiene di condur seco Giacomo a Roma, Paolina resta sconsolata, non sa credere a la lontananza di quel suo compagno di tutte le ore, di tutti i momenti, di tutti i pensieri, lo cerca sempre ne la casa che le par più triste e più vuota, sempre le pare di sentire i suoi passi e si muove ad incontrarlo. Le lettere del fratello le sono di scarsa, ma vera consolazione, e ancor più l'idea ch'egli deve amarla sempre e ricordarsi spesso di lei; rispondendogli, ella mette tutta l'anima ne le proprie parole: le piace di sentire ch'egli trova a Roma persone sciocche, ridicole ed incolte, pensando che a queste egli deve pur preferir la sua sorella: gli chiede notizia de le donne di Roma, dei parenti, del Mai, gli narra con grazia le piccole novità di Recanati, lo prega di averla sempre cara, s'interessa a tutte le cose sue, smania di poter fargli alcun che di gradito, e per questo gli parla dei libri nuovi che arrivano in casa e del loro contenuto. Poi si sfoga con lui de la sua noia, de le speranze che persin esse le mancano; gli confessa il suo intimo desiderio di morir giovane, di non veder la fine de l'anno che incomincia (1823): finirà col farsi monaca per disperazione; nulla di nuovo le è accaduto, ma ogni giorno che passa accresce la sua infelicità. Infine confida a lui le sue speranze di matrimonio. Simile anche in questo al fratello, ell'era insieme d'una timidezza e di un riserbo che a chi non l'avesse conosciuta, potevan parere indizio d'animo freddo, ma nascondeva sotto queste apparenze un cuore appassionato e un desiderio d'amore che occupava tutto il suo spirito, la sua fantasia, i suoi pensieri, e come un divino miraggio oscurava tutto il resto del mondo a' suoi occhi. «Fervidissima era l'anima sua assetata d'amore, sempre in traccia d'un affetto cui consacrare tutta sè stessa, a cui donare tutto il tesoro de' suoi affetti e de' suoi entusiasmi, ma d'un affetto degno veramente di lei e capace di comprendere tutte le delicatezze del suo carattere.»[17]

La povera anima, diceva Carlo, era costumata a l'idea de' sacrifici, ma non le era ancora concesso di farne. Una prima probabilità di matrimonio le arride nel progetto di dar la sua mano a un tal Peroli di Sant'Angelo in Vado o di Urbino, uomo già innanzi con gli anni, di punto spirito, di poca amabilità, bruttissimo, però creduto ricco e buon uomo, come Monaldo lo chiama, e che mostrava di potersi molto affezionare a la giovanetta, la quale lo vedeva troppo disprezzato e fors'anche deriso, e lo sentiva troppo inferiore a se per poter accoglierlo con trasporto; tuttavia lo accettava, parendole che un avvenire ignoto dovesse pur sempre esser migliore de la sua monotona, malinconica vita.

Fu ben altro quando ella amò per la prima, anzi per l'unica volta nella sua vita, chè, com'ella disse più tardi a le sue amiche Brighenti, per lei le occasioni di sentirsi battere il cuore erano rare ed ella somigliava a le Francesi e ripeteva con una di esse: Je suis si heureuse quand le cœur me bat! (Lettera 29 aprile 1831.) Molte vive, improvvise, ma fuggevoli simpatie ella ebbe, un solo amore; e ne confidava il secreto a le Brighenti: quando esse le annunciavano che Giacomo era in compagnia d'un tal Ranieri, giovane signore napoletano, Paolina, arrossendo e delirando d'ansia e di dolore, chiedeva le dicessero se quegli fosse veramente napoletano e se non si chiamasse Ranieri di nome, invece che di cognome; e narrava d'aver amato un giovane marchigiano di nome Ranieri, il quale verso il '29 era a Bologna; d'averlo adorato con un ardore da non potersi immaginare, d'esser stata sua sposa, poichè tutto era combinato, e persino il consenso dei Leopardi era stato ottenuto, sebbene egli non fosse ricco, nè di nobiltà paragonabile a quella di lei. Egli era quale ne' suoi sogni ella aveva sospirato il proprio compagno, giovine, amabilissimo, intelligente, colto; ma un dì le venne un dubbio ch'egli non seppe sciogliere, e che le distrusse ogni felicità, ogni speranza, le fece ricusare il fidanzato, pur rimanendo con la sua immagine indelebilmente scolpita nel cuore e col dolore crudele di non aver saputo inspirargli l'amore ch'ella sentiva per lui, ardente, furioso. D'allora in poi bastò il nome di Ranieri per farla palpitare e, sentendo che Giacomo era con un giovane di tal nome, s'era fissata fosse insieme a colui ch'ella non poteva scordare e che, volti a la peggio i suoi affari, era andato prima a Bologna e poi a Roma, senza che da un pezzo ella potesse più saperne nulla: «Ma se so ch'egli è felice, quasi lo sono ancor'io,» soggiungeva con vera femminile tenerezza.

A proposito di questo amore il Costa scrive: «Una sola volta parve che il bel sogno (di Paolina) fosse divenuto realtà, quando un giovane marchigiano di nome Ranieri, del quale è ignoto ancora ch'io mi sappia il casato, non avendone parlato nessuno degli studiosi di cose leopardiane, parve innamorato di lei.»[18] Il Costa scriveva queste parole nel 1887, ma d'allora in poi non è a mia cognizione che alcuno tentasse sollevare il velo del pudico secreto di Paolina.