Carlo il 9 febbraio 1823 scriveva a Giacomo d'essere stato a la cena del gonfaloniere vicino di tavola di Roccetti e gli narrava d'aver trovato quel giovane amabile, geniale di fisonomia e di talento e cultura sufficiente, non ignaro di lettere, ammiratore dei versi di Giacomo, e autore egli stesso di qualche buona poesia. Carlo ricordava come altre volte gli fosse venuto in pensiero di dar a quel giovane Paolina, che in varie occasioni l'aveva visto, aveva parlato con lui e l'aveva trovato assai piacente; ma non ne aveva fatto più nulla, saputo della poca entrata di lui. «Ora,» egli racconta, «sembra che tanto Paolina, quanto il partito superiore, sieno disposti a passar sopra questo punto. È certo che è assestatissimo, e non si tratterebbe se non di calar di piede, non di stare incerti sul piede proprio. Per il tratto e l'educazione può stare al pari di un signore molto più ricco, veste benissimo e il suo fare riservatamente polito e nello stesso tempo sicuro e disinvolto ha una certa somiglianza con quello di Camillo. Begli occhi, ottima e sanissima bocca. Vedi che sulla persona non c'è nulla da dire; sta all'interessata a dire, se questo è quello che essa conta il più. O piuttosto essa l'ha già detto; ora si aspetta ch'egli dichiari in qualche modo il suo sentimento, che non sembra bene d'interpellare direttamente, trattandosi d'un affare in cui egli è quello che guadagna.» Giacomo rispondeva che veramente poche consolazioni avrebbe potuto provare uguali a quella di veder effettuato quel progetto circa il matrimonio di Paolina; era certo che Carlo dal lato suo non avrebbe lasciato cosa che potesse giovare a questo effetto; e aggiungeva non poter sapersi se la sorella dovesse nel nuovo stato e con quel compagno esser contenta; ma che certo per lei non v'era altro partito, se non quello di maritarsi presto e possibilmente con un giovane. (Lettera 20 febbraio 1823.) Paolina, tutta lieta di questo assenso del fratello, pochi giorni dopo gli scriveva d'essere estremamente contenta di Roccetti per la sua figura, ch'ella non avrebbe potuto desiderare migliore, per il suo spirito, per la sua cultura, educazione ecc.; ma un dubbio le restava e tale da farla tremare: i costumi di quel giovane, dei quali aveva sentito parlare altra volta dai fratelli, costumi tali da spaventarla. Ell'era persuasa d'aver a rimpiangere il vecchio Peroli, o almeno l'amore ch'egli le avrebbe portato, e ch'ella non si credeva capace d'inspirare ad un giovane, neanche avendone infinito per lui: «Come» scrive «ne avrei per Roccetti, che se avessi veduto più a lungo, me ne sarei innamorata; e sarebbe stato tanto peggio per me, chè fino ad ora non se ne capezza niente.» (Lettera 3 marzo 1823.) Giacomo di rimando le dava consigli e le diceva: «Circa l'affare di R.... è verissimo che a me pare che vi convenga. È anche vero che R.... è un giovane come tutti gli altri.» Aggiungeva però che un uomo di talento, quale era Roccetti, dopo essersi divertito assai ed anche annoiato de la galanteria, doveva sentire il bisogno di una che lo amasse da vero e che unisse a la tenerezza, la gioventù e il buon cuore. S'egli aveva tal desiderio, nessuna avrebbe potuto soddisfarlo meglio di lei, che sapeva amare ed era istruita al di sopra di quattro quinti delle sue pari; ed egli stesso doveva essere ottimamente disposto a divenire un buon compagno; non già che Paolina non dovesse in tal caso aspettarsi da lui nessun tratto di gioventù, ma certo egli si guarderebbe da l'offenderla, proverebbe pena se credesse di averne procurata a lei, o sarebbe sempre suo, o mostrerebbe di essere, e tornerebbe presto e veramente a lei, quand'anche se ne fosse mai allontanato per qualche momento. (Lettera 19 marzo 1823.)
Poco a presso Carlo scriveva al fratello che Roccetti, fatto interpellare, aveva detto definitivamente d'essere in trattato con un'altra; ove non avesse potuto combinare, ben volentieri avrebbe accettato Paolina. Carlo aggiungeva sapersi chi era quest'altra: una vedova uscita da la casa mercantile Cesaretti di Ancona, con una dote minore o al più uguale a la loro sorella, giovane però e avvenente. (Lettera 6 marzo 1823.)
Il 27 marzo, pregando Giacomo d'informarsi se Paolina avesse potuto convenire al cavalier Marini di Roma, Carlo aggiungeva: «Roccetti non ha detto più nulla.» Ma due anni di poi Monaldo scriveva al suo primogenito: «Ti piacerà di sentire che ho fatto sposa Paolina, e il suo sposo è Peroli. Questo buon uomo, sentendola libera dal trattato Roccetti, venne qua e tutto fu combinato.» (Lettera 30 agosto 1825.) Monaldo non poteva alludere certo a quelle prime trattative col Roccetti, che non avevano punto impegnata Paolina; bisogna dunque credere che nel frattempo, e cioè mentre Giacomo era a Recanati dopo il suo ritorno da Roma, poichè in nessuna lettera a lui se ne trova notizia, tali trattative fossero state riprese e condotte a buon fine, benchè poi l'impegno venisse sciolto.
Paolina Mazzagalli, che, come vedremo, fu intima della contessina Leopardi, espandendo in un'affettuosissima lettera la sua amicizia, scrive a la cugina: «S'io vi possedessi, confesso tremerei.... tutte le volte che dovrei allontanarvi da me, perchè è vero che tutte le cose preziose si conservano con gelosia; e persuadetevi che anche Rossetti avrebbe fatto così, se.... ma io dimenticavo che egli è infelice e che per questo voi non l'amate più!!.. Questa idea mi spaventa e mi fa temere per la nostra amicizia.»[19]
Credo che quel Rossetti sia un errore di lettura del manoscritto o di stampa e che si debba invece leggere Roccetti. Una volta ancora troviamo questo nome tra le carte leopardiane ed è in una lettera di Paolina a Giacomo: «Così per una curiosità, se hai veduto e sentito nominare a caso Roccetti che fosse costì dimmelo un poco. Che se non puoi dirmi di averlo nè veduto, nè sentito nominare, non me ne far motto, che è inutile. Si dice ch'egli sia costì in una compagnia comica, e si dice che faccia il carabiniere dopo avere dato sacco a la roba sua.» A questa lettera del 10 giugno 1827, Giacomo rispondeva punto per punto il 18 giugno, ma di Roccetti non faceva parola.
Da le lettere citate risulta chiaramente come Paolina amasse questo Roccetti e se ne interessasse ancora dopo parecchi anni, com'egli fosse giovane, assai piacente, di poca fortuna e di poca nobiltà, come ella gli sia stata promessa ed infine (se è proprio di lui che parla la Mazzagalli) come verso il 1828 egli fosse infelice; appare ancora probabile, poichè Paolina ne chiede, che sul finire del '27 egli si trovasse a Bologna in pessime condizioni economiche. Se si pensi ora quel che la contessina confessava a le amiche intorno al suo Ranieri: che era giovane, amabile, non ricco, non molto nobile, poichè in un'altra lettera ella scriveva: «Mi pareva impossibile di poter lasciare il mio cognome, cui voglio assai bene, per uno tanto meschino. Quando ero sposa del mio Ranieri, non mi pareva sacrifizio quello che andavo a fare, poichè l'amore velava il tutto»; marchigiano (e il Traversi, il solo, ch'io sappia, che abbia fatto cenno una volta, ma brevissimamente del Roccetti, lo asserisce di Filottrano); per qualche tempo fidanzato a lei, più tardi disgraziato negli affari, e che nel 1828 era a Bologna, apparirà, s'io non erro, più che probabile che il Roccetti e Ranieri sieno tutt'uno; Roccetti il cognome, Ranieri il nome.
Ero a questo punto de le mie induzioni quando l'egregio signor conte Giacomo Leopardi, ora degno rappresentante di quella illustre famiglia e premurosissimo per gli studi leopardiani, pregatone da me, fece fare de le ricerche a Filottrano e mi comunicò poi la seguente lettera:
MUNICIPIO DI FILOTTRANO.
Gabinetto.
Lì 10 agosto 1897.
Preg.mo Sig.r Conte,