Dai nobili signori Giuseppe Roccetti e Geltrude Melchiorri nasceva qui in Filottrano il 9 settembre 1795 un bambino, cui venne imposto il nome di Raniero, tenuto al Sacro Fonte dai nobili Giacomo Martorelli-Mazzoleni-Fiorenzi di Osimo e Virginia Mosca, moglie del conte Giacomo Leopardi da Recanati. Così nel registro dei nati del suddetto anno. Il giovane Roccetti Raniero, dalle informazioni avutesi da qualche persona vecchia del luogo, che lo conobbe, corrispondeva perfettamente alla descrizione che se ne fa nella lettera del conte Carlo. Si sa pure di esso che, attesi dissesti di famiglia, entrò al servizio del governo pontificio nella carriera giudiziaria, raggiungendo, a quanto si ricorda, il grado di governatore. Morì in fresca età a seguito di malattia mentale, ma non sa dirsi il luogo. Del resto a Filottrano non si sa abbiano esistito altri Roccetti di nome Ranieri, ma lo si ripete, la descrizione della lettera fa esser certi si tratti di quello di cui si dettero i pochi cenni biografici. Offrendomi per ogni occasione mi pregio protestarmi....
Il Sindaco.
Il romanzo di Paolina, così splendido ne la sua fantasia e nel suo cuore, così povero ne la realtà, finiva miseramente; ed è probabile che il dubbio di cui ella parla, inducesse lei a lasciare il fidanzato, come che le peggiorate condizioni di lui persuadessero i Leopardi a non dargli la figliuola.
Per un momento si pensò a combinare un matrimonio fra Paolina ed Osvaldo Carradori, ma pare che le cose sieno andate poco più innanzi del pensiero. Adelaide, che più degli altri si preoccupava di trovar marito a la figlia, saputo che il cavalier Marini di Roma, vedovo, voleva riprender moglie e la desiderava savia, ben educata, di ottime qualità morali, piuttosto che ricca, faceva chiedere a Giacomo se potesse esser quello un partito accettabile per Paolina; ed anche Monaldo parlava al suo primogenito de l'istesso argomento, narrandogli avergli l'Antici proposto il cavaliere come genero. Monaldo l'aveva conosciuto ventidue anni prima, ed era in forse se quell'uomo, certo tutt'altro che giovane, potesse non dispiacere a Paolina. Giacomo, rispondendo, tratteggiava tosto il ritratto del cavaliere, di cui già prima avea talvolta parlato per incidenza a' suoi e sempre con simpatia: il Marini mostrava quarantacinque o cinquant'anni, non appariva punto vecchio con la sua amabile e ridente fisonomia, col colorito sano e la persona non alta, ma ben proporzionata; di maniere piacevolissime, d'indole quieta e inclinata a la vita di famiglia, possedeva ottimamente l'arte di farsi amare. Era stato affezionatissimo a la sua prima moglie, zoppa e brutta, possedeva un buon patrimonio, del quale facevan parte alcune campagne ne le vicinanze di Roma, ed a la figliuola, che stava per maritare, dava una dote di ventimila scudi. Bastava molto meno per esaltare Paolina, incantata dal solo progetto di andare ad abitare in una grande città. Ma mentre Giacomo le dava ogni buona speranza, narrando a Monaldo che il Marini, cui era stata fatta la proposta, se n'era mostrato assai contento, l'Antici scriveva non esserci più illusione di combinare; e Paolina ne strabiliava e si raccomandava al fratello, aspettando le sue lettere con un palpito terribile, piangendo di speranza e di timore; mentre fremeva per la paura terribile che si avesse intanto a combinare con un pretendente vecchio e di orrido paese e cognome. Malgrado i filosofici consigli di Giacomo, che procurava di calmare le sue smanie e di farle acquistare quel poco d'indifferenza verso le cose proprie, senza la quale non è possibile, non pure esser felici, ma neanche vivere, ella non sapeva metter un freno a le sue inquietudini, e gli scriveva: «Sicura di divenire sposa del cav. Marini, son certa che non proverò mai più dei sentimenti così vivi di agitazione, di speranza, di timore; e quando avrò perduta la speranza di divenirla, mi sarà indifferente qualunque altra sorte incontrassi; chè certo non potrà essere altro che spaventevole. Scusate, caro Giacomuccio mio, queste ciancie; ve ne domanderò perdono in ginocchio, quando verrete; e noi tutti lo desideriamo tanto.» (Lettera 25 aprile 1823.)
Questa esaltazione parve a taluno strana, ridicola e financo spregevole; ma credo inspiri solo compatimento in chi ripensi a l'insoddisfatto bisogno d'affetto che Paolina aveva ne l'animo, a la monotona e triste vita ch'ella conduceva in realtà e che la sua fantasia le faceva parere peggiore che mai; ed è da notare ancora che del Marini aveva Giacomo scritto tutto il bene, anche prima che si trattasse di dargli Paolina, che questa aveva nel fratello una fede cieca e si era fatta forse di quell'uomo un ideale racchiudente per lei tutte le seduzioni del mondo. Ne l'agosto del 1825 ell'era finalmente fidanzata al Peroli, ma non lieta per questo. In fondo a l'anima le restava il dubbio che, quantunque fosse fissato persino il giorno de le nozze, il quale doveva essere il 21 di novembre, si finisse col non farne nulla; poi quel suo sposo non giovane, bruttissimo, senza spirito, non soddisfaceva punto il bisogno ch'era in lei d'essere orgogliosa de l'uomo di cui avrebbe portato il nome; si aggiunga la pena di vedersi derisa per quel fidanzamento, annunziando il quale ella scriveva a Giacomo: «Ero preparata a sostenere più scherni e sarcasmi di quelli che in fatti mi si preparavano, giacchè finora (almeno nel mio piccolo cerchio) non vi è stato alcuno che, a saputa mia, mi abbia condannata; ma io mi ricordavo de' vostri insegnamenti e consigli, e mi ero armata di molto coraggio. Non so se questo basterà per regolarmi in appresso, quando avrò cambiato stato.» (Lettera 19 agosto 1825.) Il parentado venne lungamente protratto, finchè fu sconchiuso in causa de la dote, che il Peroli pretendeva di sei mila scudi, mentre i Leopardi non volevano darne che quattro o cinquemila.
Il progettato matrimonio doveva far però provare a Paolina il tenero compiacimento di vedersi indirizzata da Giacomo la bellissima canzone Nelle nozze della sorella Paolina.
Questa canzone, composta ne l'estate del 1821, quando pendevano le prime trattative per accasare la contessina Leopardi col Peroli, «segna un nuovo momento artistico nella vita di Leopardi.»[20] Come Giacomo amasse Carlo e Paolina appare da tutto l'Epistolario; cito una frase sola, ma eloquente, della lettera con cui egli ringraziava il conte Alessandro Cappi d'un capitolo Dell'amor fraterno: «Se lodassi i sentimenti come vorrei, forse le mie lodi non sarebbero senza sospetto, perchè ancora io non ho provato in mia vita e non provo affetto più caldo e più dolce, nè ho cosa più preziosa e più cara di quell'amor fraterno ch'Ella sì degnamente e sì virtuosamente celebra.» (Vedi Lettera da Bologna, 12 maggio 1826, pagg. 118 e 119 de l'Appendice a l'Epistolario.) Ma se vivissimo era l'affetto del poeta per la sorella, le consuetudini de la famiglia, la ritenutezza, che soffocava ogni espansione, e lo stato d'animo di Giacomo, il quale nel suo dolore vedeva tutto triste e solo ne l'antichità credeva di scorgere il mondo ancor giovane e forte e virtuoso, tolgono al Canto ogni tenera effusione: esso non è inspirato da' domestici affetti, ma da l'amor patrio. Pare che dopo quel momento di molle dolcezza che gli dettava il Consalvo, il poeta s'irrigidisse nel suo severo concetto di virtù eroica spartana, e che pur pensando a la donna e a l'amore, l'anima sua non si commovesse più di palpiti soavi, ma mirasse fredda a un eccelso ideale. Qualche cosa di affettuoso è solo ne l'introduzione, in quel nido paterno, silenzioso, popolato da le vaghe illusioni, da le sorridenti immagini de la giovanezza, quel nido che la sorella dovrà abbandonare, entrando, sposa e perciò più libera, nel mondo di cui conoscerà le vicende. L'idea di questo mondo, del quale tante volte doveva aver dolorosamente parlato a Paolina, si affaccia tristissima al poeta: corre un'etade obbrobriosa, un tempo di lutto per l'Italia, i figli de la sorella avranno bisogno di forti esempi, perchè l'empio destino nega a la virtù ogni dolcezza e non regge impavido colui, che non fu severamente educato. Nel suo sentenziare vi ha la rigidezza che egli crede necessaria al virtuoso:
O miseri o codardi
Figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso
Tra fortuna e valor dissidio pose