Il corrotto costume.
Questa severità par additare a Paolina, in quel poco lieto matrimonio, il conforto de la virtù e de la maternità. Uno dei concetti principali del Leopardi giovane era che la natura umana, invecchiando, decadesse; egli abborriva la vecchiezza, e la sua idea de l'umanità si conformava a quella de l'uomo: il mondo antico era giovane e perciò stesso grande e generoso, l'età moderna, decrepita, aveva perduto e forza e virtù. Ma solo al Cielo spettava il provvedervi: a Paolina egli consiglia d'educare i suoi figli non amici, ma sprezzatori de la fortuna, cuori vigorosi più alti d'ogni vile timore e d'ogni speranza fallace: non saranno felici, ma avranno l'ammirazione dei posteri, poichè la nostra schiatta che, ignava, disprezza la virtù viva, ipocritamente la celebra estinta. E rivolgendosi a le donne vanta il loro potere, chiedendo loro ragione dei vizi presenti; amore, il vero amore è sprone al bene, ne è capace soltanto l'uomo coraggioso, che solo dovrebbe essere amato; il ricordo de la giovanetta sposa spartana, che cinge il brando a lo sposo e poi spande le negre chiome sul corpo esangue e nudo di lui, ritornato sopra il suo scudo; il ricordo di Virginia, la bellissima fanciulla, che scende volonterosa a l'Erebo per la salvezza de la patria, son posti come degni esempi a le donne italiane; e se ne la prima parte del canto predomina il sentenziare austero, che ne la rigida forma, scevra d'ogni soave calore d'affetto, d'ogni dilettosa immagine di fantasia, sembra simboleggiare la severità e le gramaglie de la virtù, cui l'empio fato interdice ogni aura soave, in questa seconda parte il cuore del poeta si scalda dinanzi a le antiche donne, non meno leggiadre che grandi, e si commuove al loro dolore e a la loro sventura; la fantasia ridesta dipinge il quadro de' suoi più vaghi colori e ci fa rivedere la giovane sposa china sul corpo del marito morto, che ricopre co' neri capelli disciolti, Virginia vaghissima ne la sua gioventù piena di lieti sogni, quando il rozzo acciaro del padre le rompe il bianchissimo petto. La canzone ricorda l'Alfieri ed il Foscolo, che entrambi accendevano in quel tempo di affetto patrio il cuore de gl'Italiani; foscoliano è l'intento civile di questi versi e il fare sdegnoso e fiero; ad una del Foscolo somiglia pure l'immagine de la sposa spartana. L'Alfieri ci ha dato una Virginia più romana di quella del Recanatese, perchè l'Alfieri dinanzi a lei è rimasto scrittore e soprattutto cittadino: il Leopardi ha creato, come ben disse il De Sanctis, una Virginia umana, perchè innanzi ad essa si è sentito uomo ed artista, ha provato un doloroso schianto davanti a quel rozzo acciaro che ha ucciso la vaga fantasima de la sua mente. Con l'immagine di Virginia il poeta chiude il suo canto, lasciando nel lettore l'impressione grandiosa di quel popolo salvato da quella donna; evita un ritorno ai tempi suoi, al suo paese, ma par che il suo silenzio nasconda un augurio: quello che, come il romano, risorga anche il popolo italico per la femminile virtù.
Ho parlato a lungo di questa canzone perchè essa è il più bel monumento che ricordi ai posteri Paolina, e perchè, quantunque il poeta poco si fermi su di lei propriamente, se la credeva capace d'intendere e di gradire questo severo e in alcune parti sublime canto, doveva di lei aver ne la mente una ben alta idea; doveva crederla una di quelle donne da cui la patria ha diritto d'attender molto.
***
Sciolta dal Peroli, Paolina conservò ancora per lungo tempo la speranza di trovare un marito.
Nel 1832 moriva un tal Staccoli di Urbino ch'ella aveva corso pericolo di sposare; e in quello stesso anno ell'era incerta se accettare o no un tale che l'aveva chiesta parecchie volte ne la sua prima gioventù e che Giacomo stesso non avrebbe trovato strano di vederle fidanzato e marito. Era un buon giovane recanatese, alieno da le compagnie allegre, religioso, ma non colto, di poco spirito, di poco talento, di bassa famiglia, e l'altera contessina, che non poteva esser scevra dei pregiudizi de la sua casa, soffriva al solo pensiero di lasciare il suo nome per prenderne uno popolano, e capiva di non poter ricambiare l'amore che quel tale le avrebbe portato. Monaldo di matrimoni per la figlia non ne voleva più sentir parlare: Adelaide invece, avversa a un tempo a questo giovane, ora gli si mostrava propensa. A Marianna Brighenti, che le aveva consigliato di accettare, Paolina rispondeva: «Quello che dici, che le azioni e le virtù formano il più bel cognome, va bene; ma, se io non avrò per marito uno del mio grado, che conti, come dici, i quarti di nobiltà che ho io, almeno dovrà essere uno che per i suoi talenti, per il suo ingegno, per le sue azioni si sia fatto un nome, non uno di cui debba arrossire ogni momento, ogni volta che parla — mi ami egli pure quanto vuole, non è affatto certo che io possa amarlo, che possa amare una persona tenuta da tutti per meschina in ogni genere: l'amore di una tal persona non ha nessun pregio agli occhi miei perchè io non posso nè stimarla, nè amarla — e se un'occhiata della persona amata compensa di tutto, se, come dice la Staël, questa occhiata è una felicità tale che pare non vi sia forza per sostenerla, e bisogna chinare gli occhi, bisogna ch'essa sia realmente amata di fatto e non di solo diritto.» (Lettera 23 agosto 1832.) Certo ne la decisione di Paolina l'orgoglio di casta aveva qualche parte, tanto più possiamo convincercene, quando vediamo come seccamente a le amiche Brighenti, che avevano supposto ella avesse amato un tal Monaldo Fidanza, suonatore, ella rispondesse: «Sappi che da suo padre noi compriamo il panno bleu per le livree.» (Lettera Sabato Santo 1832.) Certo però ne la sua decisione, oltre a molta ragionevolezza, vi è molta dignità, e il sacrifizio ch'ella faceva, ricalcando i suoi ferri da sè stessa, aveva per compenso la sua libertà e la soddisfazione di sè. Una de le sue subite simpatie per un forestiero, di cui ella non sapeva nulla, le aveva fatto capire in quei giorni ch'ella avrebbe avuto la forza di fare qualunque sacrificio, ma per un uomo che ne fosse degno. Di queste improvvise simpatie ne troviamo parecchie ne la vita di Paolina, di cui l'animo era ardente, quanto fredda l'esistenza. Nel 1831 un tal Lanyres, tenente degli usseri, ebbe alloggio per qualche giorno in casa Leopardi; era un bel giovane, pieno d'ardire e d'entusiasmo, e Paolina fu assai presso ad innamorarsene; ma, quando seppe la parte ch'egli aveva presa nei fatti d'arme provocati da le varie insurrezioni scoppiate allora in Italia, parte che la coscienza di lei non approvava, la sua simpatia cessò, ed ella vide partire il bell'ufficiale senza versare una lacrima.
Nel '34 un'amica di Pesaro scriveva a la contessina che un dottore ed avvocato di Bologna, vedovo da poco de la contessa Muzzarelli ferrarese, uomo di cinquant'anni, bravo e religioso, cercava in moglie una signora senza curarsi d'averne una gran dote. Paolina ne chiedeva a le Brighenti, le quali le rispondevano dandole pessime informazioni di quel tale, ex maestro di casa, avarissimo; e questa volta pure, Paolina rinunziava senz'altro al progetto. Le lunghe delusioni l'avevano troppo amareggiata, perch'ella volesse ancora coltivarle ne l'anima; come Giacomo per le donne, ella ebbe pungentissime parole per gli uomini, i quali dichiarava indegni d'un sospiro e meritevoli di odio per lo sprezzo con cui riguardano quelle che non rimangono impassibili a le loro proteste, meritevoli di esecrazione per la gioia trionfante che provano, facendo del male con la coscienza di farne.
Come Giacomo ricordò per sempre con un'estasi malinconica il primo entrare di giovanezza, i giorni vezzosi, inenarrabili, quando per la prima volta le fanciulle sorridono al rapito mortale e ogni cosa intorno gli sorride, mentre il mondo par che lo accolga festeggiando e gli s'inchini; così Paolina s'era accorta ben presto che l'esistenza non è bella come la promettono i sogni; era entrata piena di confidenza ne la vita, sperando di trovarla un continuo incanto, sicura d'incontrarvi un cuore, almeno un cuore, che l'amasse, ma d'un amore purissimo, qual'ella sentiva di meritarlo, perch'era preparata a corrispondergli con tutto il fuoco de l'anima sua, e perchè non si sentiva in nulla inferiore a quelle anime fortunate, che avevano pur trovato in terra la felicità. «Poi troviamo che questo mondo delizioso si converte in luogo pieno di spini, pieno di nemici, in cui non basta star immobili per non soffrire, e addio speranze, addio cari sogni de' nostri primi anni; bisogna cangiar pensieri, bisogna prepararsi a combattere sempre, ad ogni momento, e stare in guardia sopra di noi stesse per non cambiar natura, per non diventar tutt'altro da quello ch'eravamo, poichè non v'ha dubbio che il rischio è grande.» (Lettera... settembre 1831.) Non cambiò natura la buona Paolina; ma se conservò fino a la più tarda età un ingenuo desiderio di piacere, seppe rassegnarsi filosoficamente al suo stato ed anche scherzarne con una grazia amabile: «Anche lo spirito santo dice che omnia tempus habent, e il tempo mio è un pezzo che già è passato»; scriveva nel 1845 a la sua Marianna, dichiarandole, che, se anche i mariti fossero piovuti da tutte le parti, ell'era ben decisa di morire con la verginale corona di biancospino in capo; voleva il biancospino e non i soliti gigli, come emblema del suo vivissimo amore per la primavera, e concludeva: «Non parlar dunque più dell'idea o della speranza di vedermi moglie di un Modenese o di un Bolognese, ma odora piuttosto l'essenza del biancospino e ricordati allora della tua amica, che morirà prima di aver provato un istante di vera gioia al mondo.» (Lettera 17 agosto 1845.)
***
Simile anche in questo al suo grande fratello, Paolina poco felice ne l'amore, fu fortunatissima ne l'amicizia; e la prima e la più ardente fu quella per Giacomo, il quale prima di andarsene da Recanati, non aveva intimità che con lei e con Carlo. E quando da' suoi viaggi ritornava al borgo natío, passava le lunghe serate con la sorella, raccontandole «tante storielle, tante avventure, tante osservazioni filosofiche, antropologiche ec.» Quando il Giordani nel 1818 fu a Recanati, Paolina l'accolse con entusiasmo e con venerazione, pendeva, come i fratelli, da le labbra di lui, che dimostrò d'interessarsi affettuosamente a la sorte de la contessina e continuò per molto tempo a chiederne con gentile premura le notizie.