Ma Giacomo e Carlo, cresciuti in età, non furono più i suoi indivisibili compagni, e Paolina sentì vivissimo il desiderio de l'amicizia ed in questa trasfuse tutto il fuoco de l'anima sua, cui era negato l'amore. La prima intima amica sua fu la cuginetta Paolina Mazzagalli, bellissima giovane, bianca e bionda, d'un'indole tutta bontà e d'un'intelligenza non volgare.

La Leopardi se n'era fatto un idolo, pensava a lei vegliando e dormendo, non aveva altro desiderio che quello de la sua compagnia, ne la quale, in seri ma piacevoli discorsi, passava spesso le lunghe serate; e il suo trasporto aveva talmente ingelosito Adelaide, che la figliuola ne era disperata. Ma peggio fu qualche anno di poi, quando Carlo, che in parecchie lettere al fratello parla de la Mazzagalli con simpatia sempre crescente, se ne innamorò d'una tale passione da voler farla sua, anche contro il divieto de' genitori, i quali (a quel che ne dice Paolina) trovavano scarsa la dote de la giovane. A questa ragione deve certo aggiungersi la contrarietà eccessiva di Monaldo pei matrimoni fra cugini, che, anche ottenuto l'assenso de la chiesa, gli parevano peccaminosi.

Di più la bellezza, la gioventù, lo spirito, la vivacità de la fanciulla, facevan temere ai severi Leopardi, ch'ella non fosse per riuscire una buona moglie, dubbio smentito poi dai fatti.

Mentre Monaldo era a Roma per una lite, Carlo sposò la cugina, ed il padre suo ne sofferse oltre ogni credere; ne le lettere agli altri figliuoli egli sfoga un dolore sincero e profondo: gli par d'aver perduto per sempre il figliuolo e vuol stringersi al cuore quelli che gli rimangono, come se temesse di vedersi sfuggire anche loro. Dal suo matrimonio in poi, Carlo lasciò la casa paterna, e s'immagini con quanto dolore di Paolina, cui erano tolti insieme due dei più cari affetti, il fratello e l'amica; ella ne pianse disperatamente, e con le sue lacrime e le sue preghiere ottenne dal padre che Carlo venisse riammesso in casa, almeno per qualche breve visita. Bandita invece ne rimase la sposa, che Paolina però ebbe sempre assai cara, ed invero le affettuosissime lettere de la Mazzagalli provano com'ella meritasse tutto l'amore de la cognata.

Ne l'ottobre del 1829 Giacomo, desiderando notizie dei Brighenti, incaricava Paolina di scriver a Marianna figlia de l'avvocato Pietro, bella ed amabile giovane, che gli era stata assai cara; la cattiva salute che gli rendeva penosa qualsiasi occupazione gl'impediva di scrivere da sè, e fors'anche egli, sempre assai affezionato a la sorella, pensava di procurarle così, come le procurò infatti, un'amicizia preziosa.

La Brighenti rispondeva premurosamente, e Paolina poco tardava ad inviarle un'altra sua, mostrando vivissimo desiderio d'aver nuove de le imprese e de le glorie de la giovane cantante. La contessina ne le sue giornate solitarie e claustrali bramava saper qualche cosa de la vita che si mena nel mondo; e di Marianna il fratello le aveva lungamente parlato in quelle conversazioni che la interessavano talmente da serbarsene ne la memoria i particolari anni ed anni più tardi; per darne un esempio, ne la sua lettera del 15 febbraio 1828, fa cenno di quella madama Padovani che Giacomo aveva conosciuto a Bologna nel 1826 e ch'ella suppone da lui già pienamente dimenticata. Paolina prima ancora d'aver l'affetto de la Brighenti, cercava il nome di lei nei giornali teatrali e godeva di vederla lodata; quando poi la semplice corrispondenza divenne tenera intimità, la Leopardi non ebbe più secreti per l'amica sua. Adelaide non voleva veder lettere, dirette a la figlia e perciò quel buon vecchio del Sanchini aveva consentito che Marianna indirizzasse a lui le sue: quando ne era giunta qualcuna, per darne subito avviso a Paolina, egli metteva un vaso su la sua finestra, che era di faccia a la finestra di lei; e a tarda sera poi le portava in biblioteca i desiderati caratteri de l'amica, cui ella rispondeva di notte senza che la madre se n'avvedesse. Morto il Sanchini, Paolina, a quanto pare, confessò ogni cosa ad Adelaide, che le permise di continuare, dice il Costa, quella corrispondenza durata già parecchi anni. Noto però che ancora per qualche tempo Paolina si fece indirizzare le lettere a falsi nomi.

La Brighenti, che aveva apprezzato Giacomo ed a cui egli certo aveva parlato di sua sorella, come ne parlava spesso agli amici e più spesso a le amiche stimate e care, mostrò per la Leopardi un interessamento, una premura, cui la povera giovane non era troppo avvezza e che la intenerirono. Morto Luigi, uscito di casa Carlo, Giacomo lontano, Pier Francesco ancora ragazzo, ella non aveva più un cuore cui aprire il proprio, e non le sembrò vero di confidarsi a la nuova amica, di narrarle de la noia di Recanati, dei rigori de la madre, de le continue delusioni, de la malinconia sempre più grande: ne riceveva parole così delicatamente buone che ne restava commossa fin ne l'intimo: «È venuta finalmente quest'altra (lettera), ed io la tengo, e la metto sul mio cuore, cui fa provare della calma e delle sensazioni così nuove e così dolci, ch'io vorrei sapere e potervi ringraziare quanto lo meritate per tanta vostra bontà, per tanto amore che mi mostrate.» (Lettera 15 giugno 1830.) Così Paolina a l'amica ch'ella non solo amava, ma ammirava pe' suoi continui trionfi d'artista, invidiando gli spettatori che avevan potuto sentirla. A mani giunte le chiede il suo ritratto, promettendo di tenerlo come cosa preziosa, anzi come il più caro oggetto ch'ella potesse possedere, e quando Marianna gliel'invia, ella è felice e lo bacia lungamente, benchè non lo trovi quale lo sognava e non lo creda somigliante; abituata a le sue vesti più che semplici, ella prova un vero diletto nel notare il ricco abbigliamento e l'elegante acconciatura de l'amica. Terza ne la corrispondenza entra intanto Anna, la seconda figlia del Brighenti, a la quale pure Paolina si affeziona ben presto, e quando esse le propongono d'andar a Recanati per vederla (marzo 1831) ed ella deve rifiutare in causa dei rigori d'Adelaide e de la nessuna libertà che gode, ne piange di dolore e di dispetto. Poi le due sorelle vanno a Fermo, ella che le sa così vicine e pur si sente tanto divisa da loro, lamenta la sua sovrana infelicità ed invidia l'incertezza de la sorte di quelle sue care, quel non sapere dove andranno in breve, le vaghe speranze ch'esse debbono veder sorridersi, e che la farebbero andar in estasi. Allorchè Marianna ai primi del '37 deve andar a l'estero, Paolina se ne mostra così afflitta che le scrive: «Quando tornerai in Italia chi sa se la tua Paolina sarà più viva: ma se n'è dato ne l'altra vita di pensare con amore a quelle persone che abbiamo amate in questa, oh sii certa che tu sarai sempre la mia diletta.» Speranze e sventure, gioie e dolori, tutto la Leopardi confida a le amiche, e quando giunge a Recanati la funesta notizia de la morte di Giacomo, piangendo e delirando, la contessina si getta fra le braccia di Marianna e in una tenerissima lettera sfoga il suo crudele dolore e cerca la pietà di colei, che era pur stata cara al suo perduto.

Quella fatale notizia veniva ad aggravare di un nuovo lutto la famiglia Leopardi, che in quei giorni era profondamente afflitta perchè Pier Francesco aveva promesso di sposare una donna non degna di lui, e per questo aveva lasciato la casa paterna, dove venne ricondotto a forza. Il terrore, la disperazione di Monaldo e d'Adelaide per quella temuta vergogna de la loro famiglia eran tali che parvero aver occupato tutto l'animo loro, in modo da non lasciarvi posto al cordoglio per la morte di Giacomo, cordoglio che poco a presso essi sentirono veracemente. Ma l'affettuosa Paolina ne fu colpita subito. Quantunque da lungo ella scrivesse poco o nulla a Giacomo, quantunque egli stesso mostrasse di temere che la sua lontananza avesse affievolito l'amore dei congiunti per lui, Paolina, appena sa ch'egli non è più, prova un'angoscia, di cui a pena credeva capace il cuore umano, e sospira di raggiungere il diletto fratello con cui ogni sorriso le è mancato nel mondo. Ella ritorna con desolata tenerezza ai ricordi de la fanciullezza e de la gioventù per trovarvi l'immagine del suo Muccio; ama Antonio Ranieri come un fratello ed invidia la sorella di lui, che ha prestato a Giacomo gli estremi soccorsi. «Per compiacere a Ranieri ho dovuto ricercare tra le sue carte rimaste a noi; tu non puoi mai figurarti il mio penare. Fra i pianti e gli urli io scorreva quei cari caratteri, poi rimetteva ogni cosa al suo luogo, precisamente com'egli le aveva lasciate, che mi pareva ch'ei dovesse tornare e voleva che trovasse a suo luogo ogni cosa, avendone lasciate le chiavi a me, e sperando che fosse contento della mia esattezza, poi io mi svegliava e mi dava pugni nella fronte per quell'orribile pensiero che tutto è già finito, e per quell'inganno che per un momento mi aveva trattenuta.» (Lettera 24 agosto 1837.)

Riavutasi lentamente da quel colpo così doloroso, Paolina raccolse tutto il suo affetto sui genitori, particolarmente su Monaldo, verso il quale ella, come Carlo, si mostrò ne l'età matura molto più indulgente che ne la giovanile. E coi genitori amò doppiamente i fratelli che le eran rimasti ed i nipoti: l'intelligentissima Luigia seconda figlia di Carlo, morta poi quasi bambina nel 1842, e i figliuoli di Pier Francesco, soprattutti la Virginia, che era divenuta proprio tutto il suo cuore. Anche a le cognate Cleofe Ferretti e Teresa Teja si mostrò sempre affezionatissima.

A le Brighenti continuò a scrivere sempre, però più raramente; la compagnia de la sposa di Pier Francesco e dei nipotini le faceva forse sentir meno vivamente il bisogno d'altri affetti, e l'ardore de la sua gioventù, venuto a poco a poco calmandosi, non aveva più necessità di sfoghi confidenziali. Ad ogni modo Paolina non dimenticò mai le amiche, le quali prima felici, ammirate, festeggiate, dovettero poi ritirarsi a Modena dove caddero in miseria, soccorse di aiuto materiale e di morali consolazioni da lei, che già parecchi anni prima aveva premurosamente cercato, benchè invano, di procurar un impiego a l'avvocato Pietro.