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A Paolina ed a' suoi la sorte non aveva risparmiato le sventure: le sorde lotte de' figli col padre prima; poi la partenza di Giacomo, l'allontanamento di Carlo da casa, le dolorosissime perdite di Luigi, di Giacomo, di Paolina Mazzagalli, de le due figlie di Carlo; infine le nuove discordie di Carlo co' suoi, dopo il matrimonio di Pier Francesco. Monaldo e Paolina cercarono del pari un conforto negli studi, e il primo, quasi a compensarsi de la scarsa autorità che avea in casa, si volse ad occuparsi di cose pubbliche, stampò parecchie opere e diresse anche per alcuni anni il giornale La Voce della Ragione. Paolina, che ne la sua prima gioventù aveva acquistato una buona cultura, continuò sempre ad amare le lettere, a veder molti libri e soprattutto ad approfondirsi ne la letteratura francese, di cui i capolavori le eran sempre stati cari: aveva una predilezione speciale per le due grandi scrittrici Madame de Sévigné e Madame de Staël. Quando le sue illusioni giovanili vennero mancandole, ella cercò più che mai distrazione ne lo studio, i libri la riavvicinarono a Monaldo, poichè ella cominciò a prestare a lui quell'aiuto che, giovanetta, aveva dato a Giacomo; anzi, mentre pel fratello era stata in generale una copista ed un'ammiratrice, per Monaldo fu un collaboratore. Ella soleva tradur molto dal francese; dal Nobili nel 1832 fece pubblicare il libretto «Viaggio notturno intorno alla mia camera[21] de l'autore del Viaggio intorno alla mia camera.» Probabilmente anteriore a questa è un'altra pubblicazione di Paolina di cui si fa cenno in questo brano di lettera ad Anna Brighenti (Bologna, 18 luglio 1838): «Lessi la vita di Mozart in francese, una volta, e la ridussi in italiano; poi ad una signora che mi chiedeva qualche cosa da fare un libretto in occasione di nozze, diedi quella, poi la censura di costì ne tolse i più piccanti pezzi e mi fece gran rabbia; la nipote di Mozart che trovavasi in Bologna ne volle copia da mio fratello, e se la portò in Germania.»

Quando Monaldo attese a redigere La Voce della Ragione (dal 1832 al 1835), Paolina leggeva per il padre i libri, opuscoli e giornali francesi, notava quel che poteva fare al suo caso, traduceva gli articoli che le parevano opportuni pel giornale, correggeva le prove di stampa, così che il conte in una sua memoria dichiara d'aver avuto il massimo aiuto pel suo periodico da lei che «travagliava giorno e notte per quest'impresa, con uno zelo ed un disinteresse di che potrà solo ricevere il premio da Dio.» Clemente Benedettucci suppone che la contessina abbia dato aiuto al padre anche per altre pubblicazioni e la cosa non appare improbabile. Ella inoltre mandò parecchie traduzioni dal francese a la gazzetta di Modena La Voce della Verità. In questa comunità di spirito con Monaldo ella, che non aveva mai amato i liberali, i quali le parevano aver dimostrato troppo chiaramente quanto son diverse le cose dalla teorica alla pratica, venne accostandosi ognor più a lo zelo religioso e a le idee politiche del padre.

Probabilmente prima ancora de' suoi vent'anni aveva cominciato per abitudine a far estratti de le sue letture e traduzioni; questi suoi lavori si conservano in quarantacinque volumi ne la biblioteca di casa Leopardi.

Gli ultimi giorni di Monaldo furono consolati da le amorose cure de la figliuola, che, vistoselo rapire il 30 aprile del 1847, sentì riaprirsi nel suo cuore tutte le vecchie ferite; nè sapeva darsi conforto, quantunque gli ultimi momenti di lui fossero stati tranquillissimi e consolati da la religione e da la filosofia: «Quando ha veduto prossimo il suo fine, e se ne avvedeva più dalle lagrime nostre, che dal male istesso, ci ha chiamati d'intorno, ci ha dato serii ammonimenti, poi ne ha esortati ad imparare come si muore in conversazione, poichè egli ha parlato sempre con grandissima presenza di spirito, rimanendo noi tutti meravigliati di tanta pace, di tanta calma.» (Lettera 7 maggio 1847.)

Finchè era vissuto Monaldo, i suoi figliuoli, anche avendo sempre in cuore la memoria di Giacomo, non osavano parlarne, perchè il padre avea fatto chiaramente intendere che questo discorso l'addolorava; Paolina però aveva pregato caldamente le Brighenti di procurarle tutto quello che vedevano scritto intorno al suo grande e povero Muccio, ed anche tutte le edizioni che s'andavano facendo de le opere di lui. Ella riceveva e conservava ogni cosa di nascosto del padre; morto questi, ella potè manifestare più apertamente il suo culto per la memoria del fratello, di cui comprendeva ed adorava la grandezza, così da provar quasi un senso di affettuosa riconoscenza per tutti gli ammiratori di lui. Il Piergili descrive accuratamente un libretto, una specie di diario, in cui Pier Francesco e Paolina, aiutati talora da Vito Frati, annotavano quanto, a loro cognizione, veniva scritto intorno al poeta di Silvia e di Nerina: libri, giornali, manoscritti. Questo diario fu presto interrotto, perchè i critici del grande Recanatese non tardarono a moltiplicarsi indefinitamente. Ancor vivente Giacomo, Paolina voleva esser sempre nel novero de gli associati a le opere di lui, e quando sperava di presto accasarsi, si proponeva di aver un esemplare di ciascuna edizione nel suo nuovo soggiorno. Più tardi la cura per le cose di Giacomo fu uno de' suoi più cari pensieri, quantunque ella fosse divenuta tanto ferventemente religiosa da non poter persuadersi che il fratello fosse morto senza fede, giungendo fino a benedire la bugia del Ranieri e le invenzioni del Curci. I più chiari studiosi di cose leopardiane si rivolsero a lei, che diede gentile ascolto a tutti e non si stancò di promuoverne gli studi e le ricerche. Ella pregò caldamente il Brighenti di scrivere la vita di Giacomo; e quando il Viani, che fu suo intimissimo, ed ebbe da lei numerose notizie, le mostrò il desiderio ch'ella stessa scrivesse una biografia del fratello, ella gli dichiarò di non sentirsene capace e pregò Carlo, il confidente intimo di Giacomo, di togliersi lui quest'incarico: ma neppur Carlo credette che le forze gli bastassero; e Paolina scriveva al Viani, «Io sarò certo tenuta da Lei, caro sig. Viani, per una stupida e di cattivo cuore, non solo con Lei, ma con Giacomo ancora. O no non lo faccia: stupida forse sì, ma di cattivo cuore non mi creda. Verso di Giacomo non potrei, chè lo piango giorno e notte; verso di Lei neppure chè... Mi creda piuttosto disgraziata.»[22] A lo stesso Viani, Paolina scriveva o narrava molti ricordi de la vita del fratello. Notevole, fra le altre, è la lettera di lei ad Antonio Erculei, professore nel seminario di Roma, che voleva dettare una dissertazione su Giacomo Leopardi, diffondendosi particolarmente su la morte del poeta. Ella gli narra tutto quel che ne sa; gli copia una lettera del padre Curci e parecchi frammenti del Ranieri a Monaldo, del Brighenti a lei, di V. Balietti, che nel '37 era segretario de la Nunziatura di Napoli, a la contessa Ippolita Mazzagalli.[23] Ella giudicava povera cosa l'elogio di Giacomo scritto dal Montanari di Pesaro, godeva de le asserzioni del Curci e fremeva di dolore e di sdegno a le ingiurie contro la memoria del suo diletto, consolandosi quando il Giordani sorgeva a farne vendetta.

La pubblicazione de le lettere di Giacomo al Brighenti la contrariava e l'amareggiava quanto mai, perchè il buon nome del padre le era caro, quanto la gloria del fratello, e più tardi per difendere Monaldo ella dettava la breve memoria Monaldo Leopardi e i suoi figli, in cui di sè null'altro dice se non che d'esser stata per tutta la vita compagna indivisibile del padre.

Anche il Carducci giovane rivolgeva a Paolina una lettera calda d'ammirazione pel poeta e di venerazione per lei; e, accennando a lei, il Drach, nella prima delle sue conferenze, dice fra l'altro: «.... dans la famille Leopardi la science semble être héréditaire comme ses titres de haute noblesse.»

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Oltre a quelle accennate, altre due sventure colpirono la povera Paolina: nel 1851 perdette il fratello Pier Francesco, nel 1857 la madre.