Lo bello stile, ond'ha fama il Permesso;

Agil persona, dolci modi e vezzi,

I pregi son della gentil Malvezzi.

Per lei componeva anche alcune sciarade e trascriveva di propria mano alcuni versi («Il mio Requiem Æternam all'anno '13»).

La gentile accoglienza che questi dotti ricevevano da la contessa, la sua grazia nobilmente affabile e dignitosa era da loro, anche lontani, ricordata a lungo: il Monti da Milano le scriveva due volte (10 novembre e 13 novembre 1813); molto la pregiava anche il Pindemonte, il quale a proposito di lei scrisse una volta ad Antonio Papadopoli: «La signora Malvezzi è per verità donna rara ed io sempre più imparo a stimarla.»

Queste dotte amicizie l'animavano ne gli studi, ch'ella coltivava sempre con più profondo interesse ne la sua vita piuttosto ritirata, ma non tanto che non le desse esperienza de gli uomini e de le cose: frutto di tali studi furono i volgarizzamenti de la Repubblica (Bologna, Marsigli, 1827, in 16º di pagg. VIII-164), de la Natura degli Dei (Bologna, Masi, 1828, in 16º di pagg. XII-170; Milano, Silvestri, 1836), de la Divinazione e del fato (Bologna, Dall'Olmo, 1830, in 16º di pagg. XVI-180), del Supremo de' beni e de' mali (Bologna, Sassi alla Volpe, 1835, in 16º di pagg. 240) e del Lucullo, ossia del secondo de' primi due libri accademici di Cicerone (Bologna, Volpe al Sasso, 1836, in 16º di pagg. 105).

Questi volgarizzamenti, fatti con molta diligenza e dettati in quello stile elegante e sostenuto che loro si conveniva, piacquero ai dotti e furono accolti benevolmente dal pubblico, che ammirò la severità de la coltura ne la nobile signora. Urbano Lampredi scriveva da Napoli a Teresa Malvezzi: «Mi dispiace molto che non se le si sia presentato l'occasione di farmi avere la sua versione della Repubblica di Cicerone. Ne parlammo nello scorso agosto a Sorrento col celebre scopritore mons. Mai; anzi fu egli stesso che me ne diede la notizia, commendando molto questo di Lei nobile lavoro.» E Giuseppe Mezzofanti giudicava così il volgarizzamento del Supremo dei beni e dei mali (lett. 4 dic. 1835):

«Più volte, insino da miei teneri anni, lessi nell'aureo sermone del Lazio i Libri, ne' quali Marco Tullio ricerca il Supremo dei beni e dei mali. Con diletto nuovo li rileggo ora, da Lei, Sig.ª Contessa, volgarizzati. Pare che Cicerone stesso, fatto toscano, in riva all'Arno disputi di filosofia, e con le grazie di nostra lingua adorni i suoi ragionari. Io seco Lei mi congratulo, e godo meco medesimo ripensando all'onore ch'Ella mi fece, allorchè volle un tempo che io Le fossi osservatore de' felici suoi progressi ne lo studio degl'idiomi.»

Da l'inglese la Malvezzi tradusse in versi sciolti il Riccio rapito del Pope (Bologna, Nobili, 1822) ed il Messia, egloga del Pope medesimo (Bologna, Nobili, 1827), e di questo volgarizzamento è notabile che fece una diffusa recensione Salvatore Betti nel Giornale Arcadico, settembre 1827. Fra i lavori de la contessa sono inoltre degni di considerazione i seguenti: Alla Maestà di Carlo IV Imperatore esortazione di Francesco Petrarca per la pace d'Italia, volgarizzata da T. C. M. (Firenze, per il Magheri, 1827); Firenze tornata al Granducal Governo l'anno 1815 (Bologna, Tipi Governativi alla Volpe, 1854), 31 ottave senza nome d'autore. L'esemplare che si trova ne l'Archivio Malvezzi de' Medici ha correzioni di mano de la contessa Teresa.

Molto si dilettò nel dettare poesie originali, pur riconoscendo modestamente ch'esse non erano gran cosa, tanto che di propria mano, sopra un fascicoletto in cui le aveva raccolte, scriveva: «Questo è il saggio de' miei primi e de' miei ultimi versi e dirò quasi tutti improvvisati. Il cielo mi perdoni.» Queste sue poesiole, se non hanno la vera e grande inspirazione poetica, il soffio divino che crea, l'ardore che infiamma le anime, rivelano insieme a una coltura non comune, specialmente in donna, un'indole dolce e malinconica, tenera ne gli affetti, profonda ne le impressioni de la natura e del bello. Spesso nei sonetti la Malvezzi imita il Petrarca ch'ella prediligeva fra i poeti nostri e di cui scrisse: