Speme nessuna mai termine pone,
Se non sia morte a por fine al dolore.
A le anime beate, che si levarono al soggiorno del cielo e che rifulgono al vero sole intorno, dove non può turbarle mai tenebra alcuna, chiede perchè la morte, alfine pietosa, non liberi la sua misera anima, sì ch'ella pure goda il cielo presso a loro, e sospira:
Posa quindi sperar forse l'oppresso
Mio cor potria, chè qui null'altra calma
Porta conforto a mia vita affannosa.
Al Monti, che le chiedeva quale fosse il fiore ch'ella desiderava dedicato a lei nel giardino de la Feroniade, rispondeva preferendo il giglio soletto ed umile tra le selve, vago tra le siepi incolte, immagine di quella virtù, che può tanto in un cuore gentile. Tra le sue liriche hanno pure pregio un'anacreontica al conte Prospero Ranuzzi suo zio, patrizio benefico e colto, e alcuni versi In morte di Vincenzo Monti.
La principale sua opera poetica è il poemetto La cacciata del tiranno Gualtieri accaduta in Firenze l'anno 1343: di cui i primi tre canti furono pubblicati a Firenze dal Magheri nel 1827 (in opuscolo in 16º di pagg. 73). Nel 1832 esso uscì compiuto a Bologna da la tipografia Nobili (in 16º di pagg. 175).
L'argomento è ricavato da la cronaca di Giovanni Villani e da la storia di Bologna del Ghirardacci; le descrizioni di luoghi e di paesaggi da la Montagna bolognese del Calindri. Nella prefazione la contessa scrive:
«Da lungo tempo bramosa di dare al meglio che per me si potesse un testimonio di filiale alletto alla dolce mia patria, considerai che la cacciata del tiranno Gualtieri, azione per sè medesima tanto meravigliosa e che apre largo campo a tutti e sì vari affetti, poteva, raccogliendosene tutti i particolari, essere materia a un poemetto.»