Nella selva de' Burelli trova seduto sopra un margine verdeggiante e fiorito un uomo pensoso, che sta scrivendo:

Da Certaldo ad onorar Fiorenza

Scese già pargoletto e il gentil core

Accese allo splendor de' bei costumi

E della leggiadrissima vaghezza

Di valorose donne.

È il Boccaccio, che saputo lo scopo di Averardo, si accompagna a lui e lo conduce innanzi al Pepoli, cui il giovine messo narra le crudeltà di Gualtieri e il proposito dei Fiorentini di riacquistare a qualunque costo la libertà. Il signore di Bologna risponde gentilmente che amerebbe dare aiuto alla città amica, ma che prima vuol ponderare quale sia l'avviso migliore e, invitati intanto gli ospiti a le nozze di suo figlio, li conduce ne la sala dove stanno apparecchiate le mense. Sopravviene Francesco Petrarca insieme a Giotto:

. . . . . . . . . . dipintor sublime

Che a Cimabue tolse dell'arte il grido;

il primo reduce dal trionfo di Roma, trattenuto a Bologna dal Pepoli per rendere le nozze più regali e conte; il secondo, andato a dipingere il palazzo de gli sposi. Messer Francesco accompagna Averardo e il Boccaccio ad ammirare le pitture di Giotto, li seguono i principali patrizi bolognesi, fra cui Bittin de gli Angelelli: