I Ricordi intorno a la vita di Giuseppe Serventi furono stampati prima a Milano ne la Strenna femminile italiana per l'anno 1838, poi in opuscolo a parte da Filippo Carmignani a Parma ne l'anno stesso. Il Serventi, uomo di talento e di rara filantropia, divenuto ricco e assai noto per la sua operosità, stimato ed amato per i molti benefizi fatti a gli amici ed ai concittadini, era morto in condizioni non liete, benchè, anche ne le sventure che a questo lo ridussero, sventure e non colpe, avesse serbata intatta l'onestà del suo nome e lasciato tanto da soddisfare ogni debito. L'onesto e generoso Serventi era quasi dimenticato, anche da quelli cui aveva fatto maggior bene, ma non lo dimenticò l'Antonietta Tommasini, che gli era stata amica vera e che, venerandone la memoria, si sentiva stretta a lui dal ricordo di un beneficio ch'ella si compiaceva di palesar apertamente. Quando il Tommasini, giovane ancora e quasi ignoto, scrisse la sua prima opera da cui attendeva il principio de la propria fama, egli era troppo povero per pubblicarla e troppo altero per chiedere aiuto a questo scopo. Giuseppe Serventi, saputa la cosa, spontaneamente e con somma delicatezza si offrì di stampar l'opera a proprie spese. «Nè questo fatto mi fu mai ripetuto, nè lo richiamo mai senza sincerissima commozione di cuore,» scriveva l'Antonietta Tommasini, che assai benefica anch'essa, aveva la rara virtù de la riconoscenza, certo più rara ed altrettanto pregevole di quella del beneficio. Ella volle generosamente ricordare le virtù del Serventi, virtù, quantunque preziose, presso ad esser volte in dimenticanza. In questo lavoro de la Tommasini, Michele Leoni ammira «il nobil coraggio ond'Ella sdegnando il timido silenzio d'ogni altro, si levò sola a svergognar la fortuna, de la miseria ne la quale si piacque abbassare quel generoso, quel probo, dopo aver lui meritamente recato sì alto nel credito e nell'ammirazione di tutti.» (Vedi Prose di Michele Leoni, Parma, 1843, pag. 379.) De l'amico e benefattore ella tesse la vita, ponendo bellamente in luce le cose più degne di lode, e il bene che da lui venne a la città sua; con rara delicatezza rileva fatti e abitudini, che potrebbero parer insignificanti a uno spirito volgare, ma che formano quasi le sfumature del bel ritratto e dànno luce a quegli ignorati misteri de l'anima in cui consiste gran parte de la personalità. Queste sfumature squisite non ci fanno conoscere soltanto Giuseppe Serventi, cuore mite e buono di filantropo, di padre e di cittadino, ma altresì la Tommasini, che sa trovare tali note delicate, come chi con una lucerna in mano c'illumina un ritratto posto ne l'ombra, resta a sua volta rischiarato da un raggio di quella lucerna; o come il ritrattista che ne la vigoria o ne la soavità de le sue tinte, ne la espressione profonda o ne la semplice e rigida riproduzione de le linee d'un viso ci dà qualche cosa di sè. Tali tratti sono ad esempio il notare la semplicità de la vita di quell'uomo altamente buono, il suo amore per le frutta dei campi, per le case antiche, per tutto quello che riavvicina l'uomo a la natura, la commozione con cui ne le belle notti di estate fissava il tranquillo chiarore de la luna, e la cura con la quale ne la sua villa aveva fatto costrurre sì acconcie porte, finestre e terrazze che il sole vi potesse penetrare a qualunque ora del dì. Sappiamo dal Leoni che de la Tommasini rimasero ancora la traduzione di parecchie lettere del Franklin, buon numero di lettere originali manoscritte, i particolari di Un viaggio a Roma, e le prime pagine di un romanzo storico, cui, se faceva difetto la schietta semplicità, non mancavano virtuosi ed utili intendimenti.
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A Bologna Giacomo Leopardi conobbe Antonietta Tommasini e insieme a lei il professore, già famoso come clinico e come oratore e conosciuto pei sentimenti patriottici, la figlia ed il genero. Ne l'epistolario leopardiano troviamo per la prima volta il nome dei Tommasini ne la lettera 16 gennaio 1826 al conte Papadopoli: «Quanto a Tommasini fa quello che ti piace, ma tu sai da una parte che io spero poco nei medici; dall'altra che io non posso pagare le visite di un Tommasini.» Può darsi che il professore, sempre disinteressato, consentisse a dar, senza idea di lucro, i suoi consigli al Leopardi e che di qui avesse origine la loro conoscenza.
Non sappiamo a qual grado d'intimità questa giunse, certo intimità grande, se le Tommasini quasi convissero col poeta, come egli scrisse. Tornato a Recanati, Giacomo a l'Antonietta dichiarava vere purtroppo le considerazioni generali sopra la triste condizione de gli uomini, ch'ella aveva fatto in una sua lettera, si doleva d'aver perduto un piacere, perdendo il poter esser con lei e si consolava al pensiero che di lui ella conservasse non discara memoria e con la fiducia di posseder l'amicizia del suo celebre consorte.
La Tommasini, che sospirava di posseder una patria, doveva aver assai ammirato le prime Canzoni del Leopardi, così sinceramente inspirate dal patrio entusiasmo e così calde d'alte aspirazioni al risorgimento d'Italia; ella certo aveva sentito parlare a Bologna de l'ardore di cui quei versi infiammavano tutti i liberali, e letto fors'anche la poesia che monsignor Carlo Emanuele conte Muzzarelli indirizzava al Recanatese nel Caffè di Petronio (nº 51, 24 novembre 1825), celebrandolo per le sue prime Canzoni e soprattutto per quella All'Italia:
O tu, che la tua patria in suono ardito
Togliesti all'ozio indegno,
Di un'anima non vile odi l'invito,
Di Te, di Ausonia degno
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