Ma dì verrà, ned io lontan lo scerno,
Che dell'Italia i prodi
Torneranno all'Italia il serto eterno,
E non compre le lodi.
L'Antonietta ne la primavera del 1827 vide nel Raccoglitore il discorso leopardiano «In proposito d'un'orazione greca di Giorgio Gemisto Pletone»; ella, sentendo vivamente l'ammirazione per tutti i sacrifici e per tutte le virtù, che derivano da la carità del luogo natio, e in particolare ammirando l'antica grandezza e la moderna virtù greca, scriveva al Leopardi calde parole, cui egli, pur già lontano da gli entusiasmi de la sua giovanezza, rispondeva ch'egli pure riguardava i poveri Greci come fratelli e che se più avesse potuto dire in quell'articolo, più avrebbe detto in loro favore, ma che considerata l'impossibilità di parlar liberamente, gli pareva di averne detto abbastanza. Infatti egli ne aveva parlato con sincero calore, giudicando ammirabile la nazione greca «.... che per ispazio d'intorno a ventiquattro secoli, senza alcuno intervallo, fu nella civiltà e nelle lettere, il più del tempo, sovrana e senza pari al mondo, non mai superata: conquistando, propagò l'una e le altre nell'Asia e nell'Africa; conquistata, le comunicò agli altri popoli dell'Europa.» Con pari ammirazione ricorda come per tredici secoli la Grecia mantenne la civiltà e le lettere quasi incorrotte, per gli altri undici le conservò, e fu spettacolo nuovo nel tempo de le crociate a le genti civili, a le rozze, a le quasi selvatiche, e come a l'ultimo, vicina a cadere sotto un giogo barbaro e a perdere il nome e per dir così la vita, gittò a modo d'una fiamma che si spegne, maggior luce, e, caduta, fu coi suoi profughi un'altra volta maestra a l'Europa.
Tali sensi dovevano piacere a la Tommasini, quanto la schietta lode di lei piacque al Leopardi, il quale non sapeva meglio ringraziarnela che augurandole nel nipotino un futuro emulo di Emilio romano, se non ne le imprese militari, almeno ne l'amor di patria, ne la virtù e ne la volontà di giovare a questa. La corrispondenza continuava non assai frequente, ma certo assai affettuosa. Da Pisa il poeta dava a la famiglia amica (a l'Adelaide) nuove de la sua salute e del benessere che provava in quella gentile città, ricca di oggetti e spettacoli bellissimi di natura ed arte, e romantica, pel misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio; con l'Antonietta si scusava di non scrivere più spesso, asserendole che in lui la memoria di lei non era meno viva, anzi non languiva mai, e come, bench'egli non potesse fissar la mente in un pensiero serio per un solo minuto senza sentirsi male, pensasse a lei in dispetto de lo stomaco e dei nervi. Egli sentiva ancora in sè abbastanza calore per commuoversi ai nobili sentimenti ch'ella esprimeva ne le sue lettere e ne' suoi scritti: «Se tutte le donne pensassero e sentissero come voi — le diceva — e procedessero conforme al loro pensare e al loro sentire, la sorte dell'Italia già fin d'ora sarebbe diversa assai da quella che è. Non è da sperarsi che tutte vi sieno uguali, ma è da sperarsi che molte sieno indotte dal vostro esempio a rassomigliarvi.»[53] A nessuna donna il Leopardi scrisse mai parole di tale ammirazione, chè, se per altre egli si mostrò più ardente, fu però d'un sentimento diverso e meno nobile. Una tradizione vuole che il Leopardi amasse d'amore la Tommasini, ma non soltanto nulla lo conferma, bensì tutto pare negarlo: l'età di lei, che aveva diciott'anni più del poeta e quarantacinque quando lo conobbe, la sua serietà, e lo stesso affetto che il Leopardi le dimostra, affetto rispettosissimo d'amico devoto e riconoscente. «Il mondo a quelle cose che altrimenti gli converrebbe ammirare, ride,» scriveva il Recanatese; e questa nobile amicizia non da tutti saputa intendere, più che mai ci fa parer vero il giudizio, che ne la vita comune sia più necessario dissimulare la nobiltà de le opere che la viltà, perchè questa essendo comune è facilmente perdonata; quella, insolita, è presa per indizio di presunzione e desiderio di lode, lode che pochi amano dare sinceramente.
Questa volta il Leopardi seppe mantenere l'amicizia guadagnatasi, anzi stringerne i vincoli sempre più saldamente, affezionandosi a tutta la famiglia Tommasini, cui confidava le proprie materiali sofferenze e le pene morali, fino a sfogar con loro, egli d'ordinario riservatissimo, la disperazione che talvolta lo faceva quasi uscir di sè stesso. E quando a l'Adelaide egli confidava la gran voglia di terminare una volta i suoi mali e di rendersi immobile per sempre, egli che ormai non resisteva più senza gravissimi incomodi neanche ad un breve viaggio, benchè assicurasse poi che avrebbe avuto pazienza sino a la fine di quella sua maledetta vita,[54] l'Antonietta gli scriveva un'amorosissima lettera, la quale lo fece pentire del dispiacere datole e giurarle che l'amore infinito per gli amici e i parenti l'avrebbe ritenuto sempre al mondo finchè il destino l'avesse voluto. Poche pagine egli scrisse tanto affettuose come certi brani di lettera a la Tommasini, e si noti ch'egli scriveva ne gli anni maturi, quando il suo cuore era ben altrimenti freddo che ne la gioventù, quando in lui un io nuovo s'era sostituito a l'io antico, e così diverso da fargli formare fra i suoi castelli in aria, il progetto dei Colloqui di quello ch'io fui con quello ch'io sono; dell'uomo anteriore all'esperienza della vita e dell'uomo sperimentato (vedi la lettera a Pietro Colletta, Recanati, .... marzo 1829).
«Non vi posso esprimere, — scriveva Giacomo a l'Antonietta, — quanto mi commuova l'affetto che mi dimostrano le vostre care parole. Io non ho bisogno di stima, nè di gloria, nè d'altre cose simili; ma ho bisogno d'amore: potete immaginare quanto conto ne faccia, e in quanto gran pregio io lo tenga, trovandolo così vivo e sincero in voi, e nella vostra famiglia, i quali amerei di tutto cuore, quando anche non ne fossi amato, perchè così meriterebbero le vostre virtù da per sè sole.... Credetemi che io vi amo con tutta l'amicizia possibile e che del resto, siccome si possono amare ad un tempo due patrie come proprie, così io amo come proprie due famiglie in un tempo: la mia e la famiglia Tommasini; la quale da ora innanzi, se così vi piace, chiamerò parimente mia.[55]» Tanta premura dimostrava pel Leopardi l'Antonietta, benchè angosciata ne l'anima da una grave malattia de la figliuola, come se ad implorare dal cielo la guarigione di quella sua cara, ella sentisse il bisogno di spandere caritatevolmente la sua materna tenerezza anche sul grande infelice, che così pochi affetti aveva in terra, ella pietosa di tutte le materiali e morali miserie, ella, che stendeva la sua mano benefica a soccorrere gran numero di poveri e consolava con le parole amorevoli tanti afflitti. Poco a presso il Leopardi rivedeva la Tommasini a Firenze, dov'ella si era recata con l'Adelaide per passare alcuni giorni con lui, che non aveva potuto recarsi a Bologna a rivederle. In quei giorni esse insistettero perchè Giacomo con loro ritornasse ne l'Emilia, e ve lo avrebbero indotto finalmente, se non l'avesse vinto il suo timore di viaggiare ne la stagione calda. Egli era in un periodo di tristezza che gli faceva veder tutto nero: sciocchissime, ignorantissime e superbe gli parevano le donne fiorentine, tale da stomacare giudicava il disprezzo generalmente professato di ogni bello e di ogni letteratura; non frequentava altri che il Vieusseux e la sua compagnia; e quando questa, e non era di rado, veniva a mancargli, egli si trovava come in un deserto. La visita de la Tommasini gli diede un morale dolcissimo conforto, tanto ch'egli chiamava quelli, i giorni più lieti che avesse avuto in Firenze, e asseriva che non ne avrebbe mai perduto la memoria.
L'Antonietta era sempre turbata e travagliata dal pensiero de le pene di quel grande e sempre desiderava di averlo vicino per poter più efficacemente e con delicatezza venirgli in aiuto, ed anche perchè il professor Tommasini assicurava che di taluni mali sarebbe riuscito con le sue cure a liberarlo.
De la morte del fratello Luigi, Giacomo Leopardi, che soleva rinchiudere in sè stesso tutte le sue pene, non parlò quasi a nessuno, ma ne parlò a l'Antonietta, confessandole ch'egli si sarebbe vergognato di vivere, se in quella sventura altro che una perfetta ed estrema impossibilità, gli avesse impedito di andare a mescere le sue lagrime con quelle de' suoi cari; questa, diceva, era la sola consolazione che restasse a lui pure. Pareva che l'affetto dei Tommasini risvegliasse in lui quello per la propria famiglia e gli facesse risentir più forte la tenerezza pei suoi, che non fu mai spenta in lui; ma, tornato in Recanati, quel conforto che si era ripromesso si mutò ben presto in amarezza, anzi in disperazione, tale da fargli dire a l'Adelaide che da quel luogo sarebbe partito, scappato, fuggito subito che avesse potuto, e assicurarla che la sua intenzione non era di star lì dove non vedeva altri che i suoi di casa, e dove sarebbe morto di rabbia, di noia e di malinconia, se di questi mali si morisse. Chiedeva allora a que' buoni amici se a Parma si fosse potuto trovar per lui un impiego letterario onorevole e non di troppa fatica, tale da potersi accordare col suo stato di salute, e il professor Tommasini stesso gli rispondeva, interessandosi a la cosa con sì gran cordialità da meravigliare il poeta, che pure faceva assegnamento su l'amicizia di lui fin dal tempo in cui l'avea conosciuto a Bologna. Si dava allora la combinazione che lo scienziato famoso abbandonava Bologna e quell'università per trasferirsi a Parma, dov'era stato nominato protomedico; generosamente egli offriva al poeta d'andar a vivere con lui, e lo faceva con modi così affettuosi e delicati che quegli dichiarava di accettar l'offerta con la maggior gratitudine del mondo, a condizione però che l'impiego si fosse prima potuto trovare; gli confidava che la famiglia non era in grado di mantenerlo fuori di casa e che a lui l'esistenza in Recanati riusciva intollerabile; veramente gli sarebbe stato debitore de la vita, quando per mezzo suo avesse potuto uscir da quella prigione. Malgrado tutte le premure possibili, i Tommasini non riescivano a trovargli che una cattedra di storia naturale, poco adatta per lui, e mal retribuita (quattro luigi al mese), cattedra che tuttavia il Leopardi non rifiutava, tanto vivo era il suo desiderio di togliersi da Recanati; ma gl'indugi intervenuti fecero svanire il progetto, tanto più che intanto il Colletta veniva generosamente in soccorso del Leopardi. L'Antonietta era ammalata e d'ogni suo male quanto la famiglia soffrisse con lei si rileva dal suo breve scritto, La malattia, in cui descrive uno svenimento improvviso sopravvenutole dopo un lungo periodo d'infermità: «Mi trovava io in questo stato, quando la povera mia figlia entra per domandarmi se alcuna cosa mi bisogna, e prestarmi quegli uffizi, che le suggeriva il suo cuore. Ella mi chiama più volte, ed io non rispondo: mi piglia per mano, e mi trova fredda gelata. Prorompe nelle più alte strida, e ripete, correndo qua e là disperatamente: Oh la mia mamma! oh la mia mamma!..... Accorre il mio caro consorte, e cade semivivo sopra le mie ginocchia. I baci e le lagrime di questi due infelici mi facevano sentire ch'io non era morta del tutto.[56]»