A Recanati il Leopardi parlava co' suoi, e certo particolarmente con Paolina, di quei buoni amici; anzi, come già aveva posto in corrispondenza la sorella con Marianna Brighenti, così la volle far entrare in relazione con l'Antonietta, che le mandò un esemplare de' suoi Pensieri d'argomento morale e letterario e che parecchie volte le scrisse assai gentilmente, nè volle esser più trattata da la Leopardi col Lei cerimonioso; e più le avrebbe scritto, se, o la posta o la rigida sorveglianza de la contessa Adelaide, non avesse fatto smarrire parecchie lettere che restarono quindi senza risposta.
La contessina Leopardi ebbe una desiderata lettera del Giordani per mezzo de l'Antonietta Tommasini, che ammirava le modeste virtù de la giovane, benchè non la conoscesse di persona; e sentiva il suo amore accrescersi per quello di cui si vedeva oggetto e che le era in caro modo dimostrato. «Conservatevi a me sempre amica come fate; chè ne siete ricambiata con usura.»
Quando nel borgo natio dove, come in tutti i piccoli luoghi, regnavano ambizioni piccine e avarizia e poca benevolenza, Giacomo Leopardi vedeva tenute per favola, come i grandi vizi, le sincere e solide virtù; e creduta appartenente ai poemi ed a le storie, non a la vita, la vera amicizia; egli, così pessimista in tutto, con profonda convinzione rilevava l'erroneità di questo giudizio ed affermava che, se non Piladi o Piritoi, «buoni amici e cordiali, si trovano veramente nel mondo e non sono rari.»[57]
A le tristi lettere del Leopardi, che non vedeva modo di uscir di Recanati, poichè il padre non acconsentiva di mantenerlo fuori di casa, le Tommasini ed il Maestri rispondevano con generose e delicate offerte, ed egli ne li ringraziava col cuore e quasi con lacrime, promettendo che in caso di necessità avrebbe accettato e dichiarando di amarli quanto più poteva amare e d'esser loro grato quanto mai sapeva essere. Tutti poi gli cercavano associati per l'edizione del Piatti, chiedevano notizie di lui al Giordani, nè lo dimenticavano, venuto anche per loro il tempo de la sventura. I rivolgimenti politici, che richiamarono nel 1831 a Parma l'antico ordine di cose, furon causa di grandi dispiaceri al professor Tommasini, che non aveva mai nascosto i suoi sentimenti liberali e il suo caldo amore a la patria; anzi, corse voce a quel tempo che egli in conseguenza di tali dispiaceri fosse morto; fu invece gravemente ammalato, ma potè guarire perfettamente. L'Adelaide dava a Giacomo notizie de la carcerazione del Giordani in Parma; il professor Tommasini lo rivedeva a Roma e l'avvocato Maestri a Napoli. Benchè i mali del Leopardi aggravatisi con l'età gli facessero trascurare la corrispondenza anche con quegli amici carissimi, egli non smise mai interamente di scriver loro, e, un mese soltanto innanzi la sua morte, mandava un'affettuosa lettera a l'Antonietta accompagnandole un esemplare de la ristampa fatta a Napoli del bel libro di lei Sull'educazione domestica, insieme a certi quaderni de la storia di Ranieri, scrivendo in pari tempo a l'Adelaide dolente di saperla malata. A l'Antonietta che gli domandava, anche a nome del Giordani, qualche scritto da stampare, rispondeva ch'ella e il Giordani eran padroni di tutte le cose sue stampate e non stampate; chiedeva poi, nel caso che avesse dovuto scegliere egli medesimo, di qual genere fosse la collezione che si voleva pubblicare; e questa sua compiacenza al desiderio di lei ci dimostra in quale alta stima egli la tenesse e quanta riconoscenza dovesse sentir per lei; poichè ognun sa che de' suoi scritti egli era gelosissimo.
Così mentre tante altre svanirono, questa amicizia durava quanto la vita del poeta, meno ardente di quella pel Giordani, meno entusiastica di quella per la Malvezzi, ma ben più profonda e costante.
Quando potranno esser note le molte lettere de la Tommasini al Leopardi, lettere che egli conservava caramente e di cui quindici rimaste fra le carte legate dal Ranieri a la Biblioteca di Napoli appartengono ora a lo Stato, apparirà ancor più chiara la delicatezza e la profondità di questa amicizia.
Allorchè il Leopardi scriveva le sue più amare parole contro le donne, si riferiva al sesso femminile in generale, lasciando comprendere che ammetteva eccezioni e fra queste, in quel gruppo de le anime oneste e sensitive, solitarie in disparte fra i tumulti de la vita, come le nobili figure de gli antichi nel limbo dantesco, così vicine ai dannati e pure tanto lontane da essi, fra queste certo egli poneva l'Antonietta Tommasini.
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Poco sopravvisse al Leopardi la donna gentile, e furon anni dolorosi per lei, che vide malatissima la figlia ed esaurì, curandola, le sue deboli forze. Caduta malata di uno scirro canceroso a la mammella, ne sopportò coraggiosamente l'estirpazione fatta dal chirurgo Rossi e parve risanata, ma non riacquistò la sua dolce serenità abituale; rimase rassegnatamente triste, quasi prevedendo prossimo il giorno in cui avrebbe dovuto abbandonare la famiglia dilettissima.
Clelia Maestri, la nipotina che le era tanto cara, e per lo stretto legame di sangue e perchè intelligente e buona, morì dopo una lenta penosissima malattia. Inconsolabile di quella perdita Antonietta ricadde ammalata de lo scirro rigermogliato in altra parte e causa d'inenarrabili sofferenze; e le cure affettuosissime di tutta la famiglia non valsero a salvarla; morì il 29 gennaio 1839 fra le braccia del suo Emilio, consolata dal marito, che vanamente aveva tentato tutto ciò che la scienza poteva consigliare per salvar quella sua diletta. In una necrologia di lei pubblicata ne la Gazzetta di Parma poi ristampata in un volume[58], Michele Leoni, rimpiangendo con sincero dolore la donna gentile, citava a proposito di essa i versi di Dante: