A difendere il morto poeta molti sorsero, commossi da la pietà reverente pel grande infelice, e questa pietà portò forse a qualche esagerazione; certo però si può ormai affermare che in quel legame da cui i due amici furon stretti, non tutto il vantaggio era dal lato del Leopardi, non tutta la generosità da quello del Ranieri; e che il patriota napoletano ne l'età senile non godette una perfetta sanità di mente. La bella figura d'amico, comparabile a quelle classiche de l'antichità, rimase oscurata ne le ultime ricerche de gli studiosi[59] ed un'ombra parve offuscare anche la gentile immagine di Paolina Ranieri, che la storia letteraria ci mostra così strettamente congiunta a quella dei due amici: dico parve oscurare, poichè in realtà nessuno ebbe motivo di negare il disinteresse e la virtù di lei, nessuno anzi osò muoverne nè pure un dubbio; persino il Ribella, così severo verso Antonio, ha solo parole di lode per la sorella di lui, che dice d'animo mite, gentile, corrivo a la pietà, affettuoso per gl'infelici.

Se Antonio — chi non voglia in lui, dal giovane generoso, ardente, intelligente, dal patriota che per la causa di una patria adorata con sacro culto, seppe soffrire esilio, persecuzioni, carcere, distinguere in modo assoluto il vecchio accasciato da le sventure e dal male e miseramente mutato ne l'animo come nel corpo — se Antonio desta un senso di rammarico e quasi di pietà per non essersi saputo, o meglio potuto mostrare sempre, come ne gli anni giovanili, ugualmente degno de l'amicizia d'un Leopardi, Paolina non risveglia che ammirazione, anche quando le smisurate lodi del fratello per lei si vogliano considerar soltanto come esagerazioni di una mente turbata: Paolina è una di quelle purissime, candide creature dinanzi a le quali la povera umanità ha diritto di sentirsi un momento orgogliosa di sè e di levar la fronte verso le stelle.

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Francesco Ranieri e Luisa Conzo furono i genitori di Paolina, che nacque il 26 marzo 1817 a Napoli in un palazzo di via Piliero e fu battezzata in San Giacomo co' nomi di Paolina, Virginia, Nunzia, Tudegarme. La famiglia era numerosissima, poichè contava dieci figliuoli, di cui Antonio era il primo, dopo di lui eran nati tre maschi, il maggiore fra i quali, Giuseppe, fu il più affezionato al primogenito. Per quanto le cure del padre, de la madre, dei congiunti, possano essere intelligenti, assennate, vi ha un'educazione che difficilmente essi riescono a dare a un figliuolo rimasto unico: quella fraterna; quanto apprendono l'un da l'altro i ragazzi, che lezioni d'affettuosa pazienza, di compatimento gentile, di pietà, di sacrificio! Di queste lezioni, Paolina, naturalmente buona, profittò più che altri mai.

Francesco Ranieri, uomo operoso e di discreto ingegno, viveva agiatamente, perchè a lo stipendio che gli fruttava il suo ufficio altissimo ne le poste del Regno, veniva ad aggiungersi la rendita de la dote de la moglie e di qualche capitale ch'egli possedeva. Più in apparenza che in realtà era severo coi figliuoli, che amava di vero affetto; mentre tenerissima, senza cercar di nasconderlo, era di loro la madre, la quale ad un animo tutto affettuoso, univa l'operosità ne la cura continua e vigilante de la casa e dei figli. Abitavano a l'angolo de la piazza del Municipio, in via San Giacomo, e quivi i figliuoli crebbero in un'infanzia e in un'adolescenza tranquilla. Paolina però non venne risparmiata da la sventura: era ancora bimba, quando, colpita da un ascesso al fianco, dovette sopportare una dolorosa operazione, che il chirurgo Gaspare Pensa riuscì a compiere con buon esito, benchè non potesse ridare a la fanciulla la salute perfetta. Queste infantili sofferenze lasciarono un'impronta nel carattere di lei, che serena, ilare sempre, era tuttavia pietosissima d'ogni dolore; ogni dolore intendeva od intuiva, e di nulla piacevasi come del recar sollievo ai malati.

Antonio, giovane e di carattere ardente, non sapeva sopportare il durissimo giogo di Francesco I; aveva stretta amicizia con parecchi liberali ed era intimo di Carlo Troya; per tutto questo dava assai da pensare al padre, impiegato del governo napoletano e sinceramente devoto a questo, sì che ad evitare impicci e dispiaceri più che probabili, fu deciso in famiglia che il giovane andasse a studiare a Roma. Partì un giorno a l'improvviso, mentre a pena albeggiava, baciando, senza risvegliarla, la sorellina prediletta, che dormiva tranquilla, ignara di tutto, e doveva poi chiedere con doloroso stupore del suo Antonio. Di questa partenza la data più probabile è il 1826. Da Roma il giovane passò a Firenze, dove appreso d'una grave malattia di sua madre, chiese il passaporto, e stava per partire a la volta di Napoli, quando ebbe notizia del proprio esilio.

La madre era veramente ammalatissima, nè le forze de la sua età ancor florida opponevano sufficiente resistenza al male; sentendosi mancare, ella chiamava sempre ad alta voce, dolorosamente il figlio lontano, non consolata de la mancanza di lui, da le vigili amorose cure del marito e de gli altri figliuoli, tutti stretti intorno al suo letto, agitati da speranze vane e da timori sempre più gravi, sinchè la morte ridiede loro quella sconsolata calma, in cui l'anima trova il solo conforto di non averne nessuno. Il pensiero de la cara perduta rimase ne l'animo de la giovanetta come un sacro ricordo, chè la provvida natura, benchè talvolta crudelmente separi la madre da' suoi nati, permette almeno che la purissima memoria rimanga santamente vigile e feconda di affetti, di pensieri, di azioni buone nel cuore de gli orfani, i quali non sono tali interamente quando hanno il tesoro di quel ricordo.

Paolina fu istruita seriamente da maestri eccellenti, fra i quali Giovanni Smit livornese, non oscuro letterato, e quel Costantino Margaris, che per la Grecia natia aveva combattuto con valore e che, venuto in Italia, conservava vivissimo l'affetto a la sua nazione; di lui il Ranieri scrisse poi la vita. Il Puoti e il Troya, amici di casa Ranieri e di casa Ferrigni (ne la quale Paolina stette parecchio tempo, dopo la morte de la madre, presso la sorella Enrichetta), furono larghi di consigli a la giovine. Ella coltivava gli studi con piacere, pur preferendo ad essi le cure de la casa, cui la madre l'aveva abituata, e non isdegnando nè pur le più umili: era bella, di carattere amabile e, quantunque assai pietosa d'animo e riflessiva e seria per abitudine, serena e sorridente. La sua non fu nè allora, nè mai la bontà arcigna e pedantesca, che fa sentir a tutti il peso de la propria superiorità; nè la purezza sua di donna fu mai quella

Virtù da istrice,

che, stuzzicato,