si raggomitola

di punte armato,

come argutamente la caratterizzava il Giusti; la virtù che si chiude al contagio del mondo nel lazzeretto di sè stessa. Buona, rimase semplice, quasi col suo sorriso amabilissimo volesse farsi perdonale quella nobiltà di sentimento, che è l'aristocrazia de l'animo; onestissima, cercò le gioviali compagnie; rimase, pur non amando, sempre degna d'amore.

Nel 1831 Antonio era stato richiamato, e volontieri avrebbe fatto ritorno a Napoli, se non avesse temuto di non poterne più uscire; di che persuaso il padre stesso, che pur da prima desiderava vivamente di riabbracciarlo, finì col cedere a lasciarlo lontano; ritornò invece ai primi di ottobre del 1832 e rimase a Napoli fino a l'aprile del 1833.

Fra lui e il Leopardi si era già stretta a Firenze una viva amicizia; insieme erano stati parecchi mesi a Roma, fra il 1831 e il 1832; causa di questo viaggio l'amore del Ranieri per la Maddalena Pelzet Signorini, attrice fiorentina, si è detto, non so con quanta verità. Ritornato a Firenze, e ricaduto ne le reti di Aspasia, che doveva tanto farlo soffrire, il Leopardi si trovò privo anche de l'amico, che giunto a Napoli corse a la villa dov'era allora la sua famiglia e rimase piacevolmente meravigliato dinanzi a l'aspetto grazioso e serio di Paolina, ch'egli ricordava bimba, quando fermandosi a la porta del suo studio stava guardandolo, e, interrogata che facesse, rispondeva, quasi ancor balbettando: — Ti guardo studiare. Nel lieto pranzo che riunì tutti i suoi, Paolina, felice del ritorno di quel fratello tanto caro, rimaneva tuttavia preoccupata, vedendo in lui qualche cosa di mesto; chiestogli, a pena furon soli, che l'affliggesse, e saputo ch'egli avea lasciato a Firenze un grande poeta ammalato, cui solo intelligenti e amorose cure potevan prolungare la vita, ella, che di quel poeta aveva letto, non senza lacrime, le Canzoni ristampate a Napoli in una strenna da Carlo Mele, amico di casa Ranieri, gli propose di andar a riprendere l'amico e condurlo fra loro: «Ed io ti prometto di fargli da suora di carità»; così, secondo narra Antonio, disse la giovinetta; ma se pur la critica, che dubita di tante cose, esita a credere anche che queste precisamente fossero le parole de la fanciulla, del fatto non può dubitare; e certo il fatto non le smentisce, poichè Paolina fu veramente la suora di carità di Giacomo Leopardi.

L'epistolario leopardiano ci rivela come il grande Recanatese si decidesse ad andare a Napoli solo per l'amichevole insistenza del Ranieri e persuaso di non restar che poco in quella città; aveva bisogno di distrarsi, l'animo suo era oppresso più che mai: «Io non penso più alla salute, perchè di salute e di malattia non m'importa più nulla; del resto, specialmente quanto all'applicare, sto presso a poco al solito, cangiato molto nel morale, non nel fisico.»[60] Non si cura de la gloria che chiama un fumo e che gli fa nausea, e del guadagno ancora, di cui pure ha necessità per vivere, gl'importa poco. Una funebre stanchezza si rivela in tutta la lettera del 3 luglio 1832 al padre: chiede un assegno, ma con una malinconia profonda, una invincibile indifferenza verso di sè e un disperato desiderio di morire. A la sovrumana gioia che gli veniva dal pensiero amoroso, stato tutto per lui, unico pregio, unica ragione de l'esistenza e che gli aveva fatto apparire per un momento la vita più gentile de la morte, innalzandolo a lo stupendo incanto di una nuova immensità, di un paradiso ignorato, era succeduto, insieme a la triste stanchezza, che derivava dal languire de la speranza, mentre la terra gli pareva ormai inabitabile senza quella nova, sola, infinita felicità che gli figurava il suo pensiero, l'angoscioso timore de la grave procella presentita e che gli faceva invidiare con ardenti sospiri il sempiterno obblio de la gente morta. Poi giunto l'epilogo doloroso de la sua passione, tutti quei sentimenti s'eran perduti ne la tragica disperazione, in cui egli sentiva morto per sempre il suo cuore, spenta non che la speme, il desiderio di cari inganni; dettava allora i terribili versi in cui dice al proprio cuore:

T'acqueta omai. Dispera

L'ultima volta. Al gener nostro il fato

Non donò che il morire. Omai disprezza

Te, la natura, il brutto