Il poeta paragonava Paolina a la propria sorella, di cui gli era caro ch'ella portasse il nome. Abituato a l'amicizia ed a l'ammirazione di molti uomini insigni (e fra quelli che lo frequentarono a Napoli si possono ricordare il filologo tedesco Enrico Guglielmo Schultz, il poeta Augusto Platen divenutogli assai intimo, il marchese Basilio Puoti, ne la scuola del quale egli andava non di rado, Carlo Troya, Giuseppe Ferrigni, Costantino Margaris, col quale assai di frequente discuteva di cose greche), ritrovava una dolcezza diversa e ben più cara ne l'affettuosissima e reverente intimità di Paolina. Come la tenera Desdemona di Shakespeare, la bellissima giovanetta, cui la vita e il mondo sorridevano, sentì più forte d'ogni attrattiva di mondani piaceri, l'incanto de la pietà per un'anima grande e sventurata, l'ardore del santo desiderio d'esserne la confortatrice; non meno triste e tragica era la storia di questo grande che non fossero le vicende ardue, le battaglie, i pericoli d'Otello; e come Desdemona, Paolina ora pendeva intenta al racconto, ora era condotta altrove da le cure casalinghe, ma sempre ritornava a bere con avido orecchio le parole che le riempivano l'animo di pietà e di commozione; e come il cupo eroe de la tragedia inglese, anche il poeta del dolore dovette sentirsi vinto da quel sorriso di femminile pietà e stringere con tutta l'anima la candida mano così nobilmente stesagli. Egli che prendeva ben poco piacere de le cose che alla maggior parte de gli uomini soglion esser care, più di ogni altro sentiva il bisogno, la sete d'affetto; benchè non procurasse e non affettasse di apparire diverso dalla moltitudine in cosa alcuna, era troppo veramente grande, perchè le persone non volgari potessero confonderlo con quella moltitudine; e non volgare era certo Paolina, che, sotto l'aspetto riposato e dolce, quanto modesto di lui, riconobbe e apprezzò la nobiltà del sentire e l'elevatezza de l'ingegno e si compiacque di essergli confidente compagna. «Nei discorsi sempre si esercitò colle persone giovani e belle più volontieri che cogli altri; quasi ingannando il desiderio e compiacendosi d'essere stimato da coloro da cui molto maggiormente avrebbe voluto essere amato,» scrisse il Leopardi di Socrate e certo pensò di sè, come quell'antico ripugnante d'aspetto, eccellente d'ingegno e ardentissimo di cuore. Egli sentiva che una donna di venticinque o trent'anni ha più d'attrattive ed è più atta a destare un amore ardente e appassionato, ma credeva ancora che niente possa uguagliare quel non so che, quasi divino, che ha nel volto, ne le movenze, ne le parole, una giovinetta dai sedici ai diciott'anni. «Qualunque sia il suo carattere, il suo gusto, allegra o malinconica, capricciosa o grave, vivace o modesta, quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù; quella speranza vergine, incolume, che si legge sul viso e negli atti, e che voi nel guardarla concepite in lei e per lei; quell'aria d'innocenza e d'ignoranza completa del male, delle sventure, de' patimenti; quel fiore in somma, anche senza innamorarvi, anche senza interessarvi, fanno in voi un'impressione così viva, così profonda, così ineffabile, che voi non vi saziate di guardare quel viso; ed io non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci l'anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un'idea d'angeli, di paradiso, di divinità, di felicità. Tutto questo, io ripeto, senza innamorarci, senza muoverci desiderio di posseder quell'oggetto.»[61]

Parecchi hanno supposto che il Leopardi fosse innamorato di Paolina Ranieri, ma è una pura supposizione, di cui per prima parlò la chiara signora Caterina Pigorini-Beri, che nel suo studio su Giacomo Leopardi, premesso a le Poesie e prose scelte ed annotate per le giovanette (Firenze, Le Monnier, 1890, pag. 66 e segg.) afferma non esser possibile che il Recanatese non amasse la dolce giovane di cui la devozione intrepida, intelligente, quasi sublime gli confortò gli ultimi anni; ella crede che Paolina sia la donna del Consalvo e del Pensiero dominante e si duole che il Ranieri, il quale disse tante cose che sarebbe stato bello passare in silenzio, abbia taciuto di questo amore così puro e timido, il quale forse riconciliò con la vita il poeta del dolore. Io non credo che Paolina sia la donna del Consalvo e del Pensiero dominante; troppe ragioni in contrario sono state addotte e si potrebbero addurre: prima di tutte, la data del Canto, che, senza dubbio, benchè corretto posteriormente, è opera giovanile; certo però il sentimento che il Leopardi dovette provare per Paolina Ranieri fu di affetto altissimo, in cui si raccoglieva tutto il calore che le lunghe inenarrabili pene avevan lasciato ancora ne l'animo di lui; parmi fosse affetto piuttosto di venerazione che di passione terrena; se parlando di una donna giovanissima, bella e pura in generale, egli diceva che noi vi scorgiamo qualche cosa di celeste che ce la fa riguardare come di una sfera divina, superiore a la nostra e cui non possiamo aspirare; a ben maggior ragione dovea parergli sacra Paolina, che era per lui l'ospite generosa ben più che di doni materiali, di cure affettuosissime, di conforto morale, l'amica, che con tanta semplicità e con tanta modestia sacrificava i bellissimi fra i suoi anni per curare un malato estraneo a la famiglia e vigilar il focolare domestico de' due amici, il quale, malgrado il loro reciproco affetto, sarebbe stato probabilmente ben freddo e monotono senza di lei.

Paolina dovea sembrargli una creatura venuta dal lontano mondo de' suoi sogni per ridargli la visione di esso e la dolcezza, ricordo d'una patria ideale perduta, speranza e conforto insieme. Se ce la figuriamo diciassettenne a pena, quando lo conobbe, ventiduenne quand'egli morì, bella, colta, graziosa, con un affetto che la sua estrema gioventù non consente di chiamar materno, ma che pure de la materna tenerezza ha l'abnegazione e la soavità, e che la sua divina purezza non ci lascia chiamar d'amante, benchè forse solo l'amore possa spiegare certi eroismi sublimi, se ce la figuriamo sorridente e pensosa, seduta ne le lunghe serate, ne le giornate lunghissime, presso la poltrona del malato, ne la semioscurità che talora gli era necessaria, o ne la diffusa luce dei meriggi d'estate da cui talora egli voleva inondata la sua camera, parlargli con semplice grazia, leggergli, dissipare con un sorriso, con una stretta di mano, con un amichevole sguardo di rimprovero la sua cupa tristezza, la sua tormentosa inquietudine, ella ci apparirà la più vera donna che Giacomo Leopardi abbia conosciuta, la sorella di Silvia, la compagna di Nerina.

Pare che lo stesso dottor Mannella avesse parlato del pericolo che poteva correre la fanciulla in quei primi anni de la sua giovinezza, vivendo sempre vicina ad un uomo così gravemente infermo qual era il Leopardi, ma quel pericolo ella non curò punto, anzi esso non giunse mai a turbare un momento la serenità del suo spirito. E Giacomo sentì allora che pietosa al mondo dei terreni affanni non era la morte soltanto e che un altro virgineo seno poteva dargli conforto.

Quel potente e terribile pensiero che l'aveva avuto in sua balìa e gli aveva dati tanti tormenti, consorte terribile dei suoi lugubri giorni, diveniva un grande austero compagno, ora ch'egli poteva comunicarlo ad anime degne d'intenderlo; e a quegl'intimi colloqui, di cui tanto è da dolersi non abbia il Ranieri lasciato ricordo alcuno, doveva rivolgersi il poeta vogliosamente dal secco ed aspro mondano conversare, come il suo pellegrino, fra i nudi sassi de la via montuosa, volge bramoso gli occhi

A un campo verde che lontan sorrida.

Il professor Odoardo Valio, dopo aver parlato dei vari amori di Giacomo Leopardi per la Fattorini, la Basvecchi, la Belardinelli, la Malvezzi ed Aspasia soggiunge: «Nessuno di siffatti amori riescì ad appagarlo appieno, nessuno a trasfondergli un verace conforto, nessuno a conciliarlo un po' con la vita. Invece tutto ciò raggiunse la Ranieri, il fascino della quale addirittura lo soggiogava, perchè era un incontro di vergine amore e di vergine pietà insieme, di amore in lui per lei, e di pietà in lei per lui; ond'ella, a differenza di tutte le altre, ebbe il merito supremo di far risplendere, ancora una volta, un raggio di speranza in quello spirito desolato. E la bella figura muliebre nel carme mirabile del Consalvo è appunto quella di Paolina Ranieri.»[62] Ho già detto che se Paolina sia l'Elvira del Consalvo è cosa da lasciarsi per lo meno in dubbio, ma certo è che ella fu pel Leopardi la più dolce e generosa fra le amiche, quel che la donna gentile, la soave Mocenni, pel Foscolo, anzi assai più; e che se il grande Recanatese tanto fiero, altero e talvolta anche strano, visse di buon grado lunghi anni presso i Ranieri, oltre l'amicizia di Antonio, doveva attrarlo la delicata premura e il nobile affetto di Paolina, in cui gli pareva di ritrovare la sorella che aveva tanto amato ne la sua prima giovanezza e di cui il ricordo serbò carissimo per tutta la vita, benchè temesse ch'ella, al par di Carlo, non fosse rimasta sempre ugualmente tenera in quel loro fraterno legame.

Certo Antonio nel suo Sodalizio esagerò grandemente, o almeno pose sotto una falsa e antipatica luce i sacrifizi sostenuti da lui e da la sorella pel Leopardi, ma non v'ha dubbio che sacrifizi dovettero essere e gravi. Tutto avrebbe giustificato, in Paolina specialmente, desideri ed aspirazioni ben diverse da la vita ch'ella conduceva; ed accresce pregio al sacrifizio la spontaneità con cui fu compiuto, la grazia serena in cui il Leopardi non poteva mai scorgere un'ombra di rimprovero o solo di rimpianto. Non è però da tacersi che se da un lato il poeta per le sue infermità, talora per l'umor malinconico, che però abitualmente non si scorgeva in lui, se non come un atteggiamento pensoso e grave, non discaro, e per talune strane abitudini o voglie di malato, poteva riuscir gravoso a gli ospiti (quantunque Giuseppe Ranieri affermasse che egli era mite, buono, modestissimo ne' suoi desideri, di nessuna pretesa, affabilissimo poi quasi sempre, arguto nel conversare)[63] la sua amicizia e la sua conversazione dovevano essere un non lieve compenso per i Ranieri; e lo riconobbe Antonio stesso, anche mentre, con animo tutto mutato da l'antica amicizia, scriveva il Sodalizio. Le serate troppo a lungo prolungate nel cuore de la notte per leggere, studiare o ragionar con Giacomo riuscivano materialmente una fatica e una pena, ma intellettualmente erano ben altra cosa. Egli doveva tornar loro inoltre di morale conforto, come egli medesimo trovava sollievo e dolcezza ne la loro compagnia e nel loro affetto fra gl'inevitabili dispiaceri che spesso venivano ad aggiungersi al suo vecchio e terribile carico di dolori. Soverchia suscettibilità indusse molti anni dipoi il Ranieri a supporre sconoscente l'amico verso di lui, mentre tutto ci fa credere gli fosse teneramente grato; infatti di nessun contemporaneo disse quel che di lui e designandolo propriamente col suo nome: «Un mio amico, anzi compagno della mia vita, Antonio Ranieri, giovane che, se vive e se gli uomini non vengono a capo di rendere inutili i doni ch'egli ha dalla natura, presto sarà significato abbastanza dal solo suo nome...;»[64] e presentandolo al Visconti lo chiama: «giovane d'ingegno raro, di ottime lettere italiane, latine e greche e di cuore bellissimo e grande.» Invero se talvolta il Leopardi ne l'Epistolario ha parole pungenti per Napoli e i Napoletani, nulla fa credere ch'egli parli dei Ranieri, e Antonio stesso sapeva che l'ospite fu talvolta giustamente irato contro certi falsi amici, se egli medesimo, come notò il Piergili, racconta nel Sodalizio che Giacomo venutogli un giorno innanzi con un piccolo bastone gli disse: Io vado fuori a bastonare qualcuno.

Nulla scrisse il poeta che apertamente ricordi la Ranieri, ma forse a l'anima alta, gentile e pura, l'affetto per la nobile amica dettò l'ultimo canto, quel canto dolcissimo fra tutti, fra tutti sublime, che ogni poeta pensò, io credo, e nessuno scrisse, quel canto, cui la parola non limita, nè scolora, nè intiepidisce; che solo l'artista intende e solo sa e solo gode; ma se Paolina ne gli occhi stanchi, cui nè pur arrideva più la dolcezza del sogno, vide un raggio de l'intima luce ch'ella aveva avvivata, ella ebbe un compenso degno di lei. Il corpo era disfatto e lo spirito abbattuto, ma il cuore del poeta batteva ancora per gli affetti più gentili, e questo, gentilissimo, gli richiamava i puri, ardenti desideri d'un tempo, i generosi entusiasmi, le subite fiamme, fra le tristi negazioni e i sogghigni amari del suo scetticismo.

Presso i Ranieri, il poeta visse modestamente, tranquillamente; sempre affabile e semplice nei modi, sempre assorto ne l'intima vita del suo spirito, ma non punto disdegnoso con alcuno e caro a moltissimi che gli manifestavano con mille gentilezze la simpatia e l'ammirazione. Dal Ferrigni in particolare il Leopardi ricevette molte cortesie, spesso fu ospite nel palco di lui al teatro del Fondo e ne la villa di Torre del Greco.