«Mi ricordo,» narra il Dalbono in una lettera, «che una sera eravamo in casa Ferrigni dove avevano condotto il conte Leopardi. Il Leopardi a un divano e Carlo Troya vicino a lui su di una sedia. Parlavano di geografia antica. Sapete che Troya era chiamato dagli amici Carlone, perchè ci era Carlino, che era Carlo Mele. Io ero molto giovane e ordinai una di quelle che si chiamano quadriglie e feci ballare le ragazze che c'erano, e principalmente le figliuole del Ferrigni. Io facevo da direttore che non ho mai ballato! Mi ricordo che la più grandicella della Ferrigni era Argia, che poi diventò valente nel dipingere ad olio; e allora era piccolissima. Ci era Paolina (Ranieri) giovinetta, una simpatia di prima forza, e quella cara Donn'Enrichetta, già moglie del Ferrigni. Ricordo ancora che fui grandemente applaudito perchè il conte Leopardi si era divertito molto a vedere il ballo di queste fanciulle e a udire le grida del direttore, vostro servo, che si affannava a farle andar bene.... Quella sera in casa Ferrigni ci era il meglio di quel tempo.»
Il Ferrigni, marito de l'Enrichetta Ranieri, giovò ai due amici ottenendo dal vecchio Ranieri, che da prima non voleva saperne, un assegno ad Antonio perchè vivesse fuori de la casa paterna; curava anche gl'interessi del Leopardi, riscuotendo per lui i danari che gli mandava la famiglia. Giuseppe Ranieri accompagnava spesso il Leopardi ne le passeggiate ch'egli soleva fare quasi sempre verso il mezzodì, perchè temeva gli fosse nociva l'aria de la sera; di solito andavano dietro a Santa Teresa, poi nel largo de le Pigne e verso Foria. Fra gli amici che frequentavano il Ranieri e il Leopardi, v'era ancora Alessandro Poerio, ad essi molto affezionato.
Ne gli anni che passò a Napoli o ne la campagna napoletana il Leopardi ebbe momenti di bella inspirazione, benchè il calore de la sua giovanezza lo avesse abbandonato e i cari inganni, le immagini splendide, che già gli avevano sorriso, non fossero più che una soave, morente luce di tramonto su l'ultimo lembo d'un orizzonte già tutto tenebroso. A quegli anni appartengono fra i suoi Canti (per non dire del Pensiero dominante, di Amore e Morte, A sè stesso, Aspasia probabilmente limati soltanto a Napoli), Sopra un bassorilievo antico sepolcrale, Sopra il ritratto di una bella donna, Palinodia al marchese Gino Capponi, Imitazione, Scherzo, il Tramonto della luna, la Ginestra; cui sono da aggiungersi I Paralipomeni della Batracomiomachia ed alcune prose. Nel Canto Sopra un bassorilievo antico e sepolcrale, dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi, prevale lo sconsolato scetticismo, che vede misera la prole umana, checchè speri, a qualsiasi età de la vita si rivolga, qualunque cosa ricerchi per suo conforto; ma vi ha ancora, se non l'ardore giovanile, tutta l'affettuosità del poeta, che dinanzi a l'immagine de la bellissima fanciulla chiamata da la morte si commuove; non sa se debba chiamarla cara o sgradita al cielo, ma sospira fra sè stesso; freme a l'idea di colui che la morte sente de' cari suoi, e descrive con tenerezza desolata l'addio ad una diletta persona con cui si è passati insieme molti anni, addio senza speranza di ritorno e cui segue il triste abbandono.
Forse, descrivendo quest'addio de l'amico a l'amico, del fratello al fratello, de l'amante a l'amore, egli ripensava ad Antonio ed a Paolina con cui aveva speranza di passar molti anni insieme.
Anche il Canto Sopra il Ritratto d'una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima ha concetti elevatissimi. Ne la villetta fra Torre del Greco e Torre dell'Annunziata, dove il poeta passò la primavera e l'autunno del 1836, egli scrisse Il tramonto della luna, disperato rimpianto della giovanezza, che sola colorisce di una luce d'aurora la vita mortale.
La ginestra, scritta ne lo stesso anno e ne lo stesso luogo, è tragicamente terribile, pur apparendo calma e tranquilla nel ragionamento: il poeta vi dipinge i cespi di quei gialli fiorellini odorati su l'arida schiena del formidabil monte sterminator Vesevo; la ginestra contenta de' deserti, che cresce fra le rovine di Roma, come sui nudi pendii del Vesuvio
. . . . . . . . . . . . . di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d'afflitte fortune ognor compagna;
il fiore gentile che, quasi i danni altrui commiserando, manda al cielo un profumo dolcissimo, conforto al deserto, gli ricordava forse la pietà di Paolina Ranieri, anch'essa, come quel fiore, pietosa de le sventure, anch'essa amante dei reietti dal mondo, gentile nel consolarli; l'esempio de l'abnegazione di lei, di quel verace affetto di carità e di generosa amicizia che la faceva sorella de gli sventurati e particolarmente di lui, tanto infelice quanto grande, può aver contribuito ad inspirargli quei versi de la Ginestra che sono moralmente fra i più elevati ch'egli abbia scritti, in cui chiama nobile natura quella che si mostra grande e forte nel soffrire e non aggiunge al fardello de le proprie miserie il peso più grave di ogni altro, de gli odi e de le ire fraterne, e stima l'umanità congiunta e ordinata per combattere le nemiche forze de la natura: