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Alla bellezza tua ch'ogni altra eccede,

O nota e chiara, o ti ritrovi occulta,

Sempre si prostra: e non pur vera e salda,

Ma immaginata ancor di te si scalda.

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Ne gli ultimi mesi di sua vita pare che il Leopardi non prevedesse imminente la propria fine, almeno così afferma Antonio Ranieri, il quale asserisce ancora aver talvolta il poeta detto a lui ed a Paolina, che altri quarant'anni l'avrebbero avuto con loro. Pure vi hanno tratti de le lettere leopardiane in cui il presagio de la morte è chiaro e solenne; basti ricordare le gravi e meste parole de l'ultima lettera al padre, che tanto ricorda quella di Torquato Tasso moribondo; forse egli, come molti ammalati, passava alternativamente da le illusioni a la coscienza del vero, fors'anco la speranza, la fiducia ch'egli mostrava di giungere ad una tarda vecchiezza, era un delicato tratto d'affetto verso gli ospiti amorosi, ch'egli non voleva affliggere di soverchio; ciò spiegherebbe ancora come egli mostrasse di non intendere quanto i medici napoletani gli dicevano chiaramente, più chiaramente che il Ranieri non avesse voluto, e cioè di qual gravità fosse il suo male.

Era il tempo de l'epidemia colerica, e mentre la carrozza attendeva i due amici e Paolina che dovevano recarsi in villa, il Leopardi si sentì male e desiderò il medico; ma, vedendo un po' turbato Antonio, si alzò, sorrise e lo rassicurò, stringendogli la mano. Mentre il Ranieri andava per il professor Mannella, Giacomo rimase con Paolina, che l'assistette e volle fosse adagiato sul letto, da cui tre volte egli si levò per rimettersi a mensa, sperando sempre di vincere il male e forse di dar animo a la buona amica. Quando Antonio ritornò col medico, il Leopardi era su la sponda del letto, appoggiato ad alcuni guanciali ammonticchiati per sostenerlo; sorrise e parlò col Mannella del proprio male e del desiderio di levarsi per andar in villa; ma il dottore accortosi de la fine imminente, avvertì di mandar tosto per un prete. Paolina era sempre a canto al moribondo, gli sosteneva il capo e gli asciugava il sudore, e a lei, secondo narra il Viani d'aver sentito da un amico di casa Ranieri, furon rivolte le ultime parole di Giacomo: «Ci vedo più poco.... apri quella finestra, fammi vedere la luce»; dopo le quali spirò senza acute sofferenze, in questo desiderio de la luce ch'egli avea abborrita talora, come simbolo de la verità crudele e nefasta.[65]

Il Chiarini, dopo aver notato che l'affetto, quand'è disinteressato e puro, d'una donna per un poeta è una de le più nobili ricompense serbate al genio, la più dolce per l'uomo che ha cuore, il più lusinghiero diploma di poesia, come dice il Sainte Beuve, ricorda che tal diploma ebbero Giorgio Byron, non già da Lady Carolina Lamb o da la contessa Guiccioli, ma da la ignota giovanetta inglese, che vicina a morire di consunzione gli scrisse per ringraziarlo del piacere che le avevano procurato le sue poesie; Alfredo de Musset non da la Sand, ma da la gentile madrina; ed Enrico Heine da la dolce sua Mouche. Questa gloriosa e delicata corona ebbe anche Giacomo Leopardi, che più de gli altri la meritava, perchè più soave e più profonda fece risuonar ne' suoi versi la nota de la passione e del dolore, rimanendo scevro de la licenziosità de gli altri; e l'ebbe da le candide mani di Paolina Ranieri.

«Ogni nobile scrittore,» scrisse il Sainte Beuve, «raccatta su la sua strada e si porta dietro i suoi nemici, i suoi invidiosi occulti, esseri ignobili, accaniti contro di lui, che si attaccano a lui e vivono di lui; è giusto che ci sieno al mondo alcune anime generose che lo compensino di ciò: è giusto che egli abbia le sue gioie nascoste, certe dolcezze di felicità riserbate a lui solo.»