I' fea contesa e forse ch'i' vincea,
Ma un dì fui sol con quella in muto loco,
E bramava ir lontano e non volea,
E palpitava, e 'l volto era di foco,
E al fine un punto fu che 'l cor non resse,
Tanto ch'i' dissi: t'amo. . . . . . . .
Ne l'animo del giovane solitario e amante de la solitudine, perchè già consciente de la propria grandezza e sdegnoso de le compagnie volgari, tumultuavano affetti e speranze nuove. La biblioteca e la sua camera erano il rifugio di quasi tutte le sue ore, una camera semplicissima al primo piano del palazzo Leopardi, con un lettuccio ricoperto da una coltre gialla, un cassettone, un armadietto e poche seggiole. Nei riposi che la debole salute gl'imponeva, ne le remote passeggiate, ne le lunghe sere in cui sdegnoso de la società di casa e malato d'occhi egli voleva e doveva rimaner quasi al buio in una grande stanza, solo, fuorchè nei momenti in cui Carlo e Paolina andavano a tenergli compagnia, egli si cullava ne' suoi sogni superbi e ardeva ne l'impazienza di fama e d'amore. Era l'estate del 1816 quand'egli, osando per la prima volta prendere per protagonista una donna, una donna bella e infelice, maturava l'idea di una tragedia: Maria Antonietta.
***
Nel dicembre del 1817 la contessa Geltrude Cassi-Lazzari andò a Recanati col marito[72] per mettervi nel convento de le Oblate la figlia primogenita settenne Vittoria, e fu ospite dei Leopardi suoi cugini: ella, sorella del traduttore de la Farsaglia di Lucano, nata nel 1791, aveva allora circa ventisei anni e fin dai suoi diciassette era andata sposa al conte Giovanni Giuseppe Lazzari; era bella, di figura maestosa, di portamento regale, di viso pallido, de la pâleur mate des Pésaraises,[73] d'occhi nerissimi, scintillanti, sibillini, come li chiamava Carlo; la soprannominavano Giunone: e a l'incanto de la florida venustà, che le aveva meritato questo nome, univa quelli di una buona coltura, di uno spirito vivo, di una conversazione briosa, di un'arte somma nell'amare e nel farsi amare.[74]
Forse mai Giacomo si era trovato dinanzi, e così lungamente (ella stette in casa di Monaldo una quindicina di giorni), ad una donna tanto piacente, sì che, quantunque l'età, la condizione sociale, la salute, il carattere di lui fossero in opposizione con quelli de la cugina, egli se ne innamorò con tutto il fuoco de la sua gioventù compressa e solitaria. Ella doveva apparire quasi una divinità a lui ragazzo ancora, sparuto e deforme, ammalato e triste, ma così sensitivo a le impressioni de la bellezza che, a quanto si narra, bambino di otto anni, trovandosi in casa Antici una sera in cui v'erano riunite parecchie persone brutte, rifugiatosi vicino a la zia, le disse malinconicamente: «Non si sa dove riposare lo sguardo.» Il Leopardi vide in quella donna una prima realtà de le tante sue splendide speranze, e, riservatissimo per natura, più riservato ancora per l'educazione quasi monastica ricevuta, non osò non pure parlarle, ma nè pur lasciar trapelare in alcun modo la sua passione, di cui narrò con finezza psicologica i ricordi in quelle Memorie sopra alcuni giorni della sua gioventù ch'egli lesse a Carlo e che a questi piacevan tanto da fargliene desiderare vivamente la pubblicazione. Carlo ne parlò più volte al Viani, ed al Tirinelli[75] narrava: «In quel tempo egli prese a scrivere giorno per giorno tutti i pensieri che gli nascevano alla vista di questa donna. Eran scritti, mi ricordo, in tanti foglietti di carta che Giacomo veniva a leggermi ogni giorno»; aggiungeva che quelle carte eran rimaste ne le mani del Ranieri e che avrebbero potuto rivelare un lato nuovo de l'ingegno di Giacomo, perchè contenevano un'analisi minuta di sentimenti. Risvegliatosi in Giacomo l'estro poetico, egli scriveva allora le due Elegie: il Primo Amore e Dove son? Dove fui? Che m'addolora? senza dire che secondo alcuni ne la Cantica vi ha un riflesso del primo amore del Leopardi, il quale, dicono, volle rappresentare sè stesso in quell'Ugo giovane, malinconico, amante ritroso e, quantunque colpevole, timido e quasi pudico. Il giovane passava le sere insegnando a la signora il giuoco de gli scacchi ch'ella aveva mostrato desiderio d'imparare.