L'amore ne l'animo di Giacomo, tanto disposto a la tristezza, produsse una mestizia nuova. Lungamente egli aveva desiderato e sospirato di sentirsi battere il cuore; pure, quando s'innamorò de la bella cugina, egli rimase stupito da la potenza di desiderio e di dolore che amareggiava il suo affetto; la più cara de le sue illusioni si scolorava già dinanzi a la realtà, chè nel possedere il bene del sentimento bramato, egli si trovava misero per il tesoro di speranze che gli veniva tolto. La donna, lieta e briosa, non s'accorgeva di quell'amore, e il giovanetto pallido, confuso, muto dinanzi a lei, vedendola così gaia e così bella ne la sua gaiezza, non sapeva che augurarle in cuor suo una tranquillità sempre uguale, pur piangendo amaramente al pensiero ch'ella non dovesse mai, nonchè amarlo, nè pur compiangerlo. Eran giorni per lui di tormento ineffabile e di sovrumana felicità; tutto chiuso in sè, godeva di pensare continuamente a la bella signora, di sognarla, desto o addormentato; instabili, confusi si volgevano i suoi pensieri; quanto prima gli piaceva, diveniva indifferente; mute quelle stesse voci de la natura che con tanta eloquenza avevano parlato a l'animo suo di poeta; muto l'amore de la gloria, indifferenti i libri. I suoi occhi, chini o pensosi, sfuggivano del pari le belle e le brutte parvenze, quasi che le une come le altre avessero potuto turbare l'immagine cara così vivamente impressa nel suo pensiero. Questo affetto ardente era tuttavia purissimo; un esaltamento de l'anima tenera ed entusiastica, de la fantasia vivacissima. La partenza de la Cassi, ch'egli descrive con poetica efficacia, lo gettò in una disperazione tale da trarlo quasi fuor di sè stesso, da farlo freneticamente battere il capo nel muro, come Carlo narrava; ma, per la sua stessa veemenza, tale dolore doveva esser breve. «Dei versi di lui, — scrive il Bonghi, — quelli che sono scritti in una più viva impressione di dolore, vivace, presente, reale, sono anche per tempo i primi, il Primo Amore. Se non che in questi, si badi, il dolore ha forma di sensazione fuggevole, non già d'idea perenne ed essenziale.» Il tempo calmò più presto che non si sarebbe pensato quella passione e finì con ispegnerla. Essa era stata timida, ma furiosa; la donna, che ne fu oggetto, era l'antitesi del poeta: il quale rimase soggiogato da la bellezza florida, la grazia civettuola, la superba noncuranza e la gaiezza di lei.

Quand'egli entrò nel suo ventesimo anno cessarono i suoi timori d'una morte assai vicina; egli capì che avendosi ogni riguardo, avrebbe potuto vivere fors'anco a lungo, per quanto stentatamente e sempre in pericolo; ma in quell'età e dopo la dura prova del primo amore, più che mai lo tormentava la coscienza del suo aspetto miserabile; egli capiva che la virtù senza alcun ornamento esteriore difficilmente conquista gli animi, e che per forza di natura, che nessuna sapienza può vincere, non si ha quasi coraggio d'amare quel virtuoso in cui niente è bello fuorchè l'anima. La previsione di una vita infelice non lo sgomentava, egli guardava imperturbato i mali futuri ne la certezza di sostenerli senza viltà, ne la speranza di riuscir utile a qualche cosa; se aveva molto sofferto, comprendeva di dover soffrire ancor più: «E massimamente soffrirò — scriveva al Giordani il 15 febbraio 1818 — quando... mi succederà, come necessariamente mi deve succedere, una cosa più fiera di tutte della quale adesso non vi parlo.» Alludeva a la passione amorosa? È più che probabile.

Di fronte al palazzo Leopardi, di là d'un vasto piazzale, s'apre una strada di cui le due case a gli angoli, con la facciata sul piazzale stesso, appartennero a Monaldo, che d'una di esse si serviva per abitazione del cocchiere e per scuderia. Il cocchiere nel 1818 era Giuseppe Fattorini, che abitava quella casa insieme a la moglie Maddalena Santinelli e a due figliuole (le altre tre maggiori eran già maritate); l'ultima, Teresa, nata nel 1797 era una graziosa fanciulla di media statura e di figura slanciata, civile nei modi, accurata ne le vesti, per innata dignità o per ritrosia poco famigliare, da gli occhi ridenti e fuggitivi nel viso assai bianco, dai capelli neri. Giacomo da le finestre de la biblioteca vedeva la giovane e ne ascoltava il canto, e quando la primavera commosse il suo cuore e lo fece rifiorire di sogni e d'affetti, come sempre gli avveniva, egli nel maggio odoroso più spesso s'alzava dal tavolino per appoggiarsi al davanzale, guardare il cielo sereno, le vie dorate, gli orti, il mare lontano e lontanissimi i monti, e riportar lo sguardo su la figura de la fanciulla china sul telaio, ascoltandone, nel silenzio de le stanze tranquille e de la strada solitaria, la voce melodiosa. Giacomo amò la fanciulla popolana; ma in questo non prevalse, come nel primo affetto, un'ammirazione quasi paurosa, un ardore furibondo, benchè compresso. La Teresa, ch'egli sapeva gracilissima e ammalata e vedeva pensosa e malinconica, gli destava una soave tenerezza che, lungi da lo spegnersi come la subita fiamma del primo amore, durò per sempre in lui. Non era un'antitesi abbagliante, ma una fraternità di sventura e di dolore, di purezza e di virtù che lo attraeva in quella giovanetta tisica, ch'egli certo sapeva tale, quantunque ella cercasse di tener nascosta la sua malattia; ad ogni modo poi essa non potè celarla lungamente, poichè visse soltanto pochi mesi dopo quel maggio odoroso, e cioè fino al settembre del 1818. Carlo giudicò tale amore molto più romanzesco che vero; amore, se tale potesse dirsi, lontano e prigioniero. Certo e l'educazione ricevuta e la presenza e l'austerità de la famiglia Leopardi e mille ostacoli esteriori, anche senza parlare de l'indole vereconda e ritrosa di Giacomo, dovettero far sì che il suo affetto gli rimanesse chiuso nel cuore, o si rivelasse solo come una lieve simpatia nei cenni che da la finestra egli poteva rivolgere a la fanciulla; e questo tanto più, che la Teresa era fidanzata, o amata almeno da un altro:

. . . . . . . . . . i parenti tuoi

Son d'altro sangue e tu sei d'altro amore;

le diceva il poeta; e ancora

. . . . . . . . d'amarti il vanto altri si tiene;

a meno che, come altri suppose, questa non fosse una finzione di Giacomo a lo scopo di meglio nascondere ne' suoi versi la persona che li aveva inspirati. Il sapere la giovinetta gravemente ammalata gli fu cagione di nuove amarezze ed aggiunse a gli abituali suoi malinconici pensieri, altri pensieri più cupi che gli dettarono, nel 1818, la Canzone per una donna malata di malattia lunga e mortale, dove non vi hanno le fiamme e i fremiti de le due prime Elegie, ma una tenerezza che induce a dolorosa meditazione, l'accento d'una pietà intensa quanto l'amore; tali specialmente i versi in cui il poeta, quando ascolta taluno recar cattive nuove de l'ammalata, si studia di farsele apparire meno gravi; tali anche quelli in cui va dubitando ch'ella (al par di lui al tempo de l'Appressamento della morte) tema di morire; e perduta poi ogni speranza di vederla salva, cerca vanamente intorno a sè un soccorso che la rattenga in vita.

Qualche sentenza («Nostra famiglia alla natura è giuoco») fa già presagire in lui il desolato poeta ch'egli dovrà divenire, ed è ancor vivo il presentimento de la sua propria morte, e il triste timore, ancor più doloroso di quel presentimento, che il tempo, l'esempio, il mondo possano a lui stesso togliere il suo più grande, anzi l'unico tesoro, l'anima sua.

Ella, che è tanto bianca, non verrà macchiata da la mota del mondo: muore bella e pura, muore innocente: nè se tale non fosse egli avrebbe saputo amarla, poichè fugge la stessa bellezza che gli è tanto cara, se ad essa non vien compagna la virtù.