Quando aveva salutato il marito alla stazione di Roma, ella non sapeva della partenza di Maria, ma quel ridestarsi improvviso dell'energia del principe, quello scatto di vita, quel viaggio, dettero al suo cuore geloso, alla sua mente indagatrice nuovi sospetti. Ella tornò al palazzo insieme con la suocera, ma invece di salire nel suo quartiere, uscì a piedi come soleva fare spesso, quando andava a visitare i poveri. La gelosia, che guida irresistibilmente ogni donna, che sa di avere una rivale, nei luoghi dove spera d'incontrarla per provare l'immenso strazio del cuore, dal quale ha fede di veder sorgere, pianta venefica, ma vitale, la vendetta, guidò donna Camilla davanti alla casa dei Caruso, la quale era di pertinenza del patrimonio Urbani. La portinaia era sulla soglia e s'inchinò alla principessa augurandole una buona passeggiata. Donna Camilla, contro il solito, le rispose affabilmente, e le domandò con premura come stava la signora Maria.

—È partita, poverina, è andata a Venezia a rimettersi; non può credere, Eccellenza, quanto abbia sofferto, ma ora sta meglio e Dio voglia che torni guarita completamente. Se lo merita; è tanto una brava signora!

—Grazie! grazie!—disse la principessa allontanandosi frettolosamente.

Ella non poteva tollerarle, quelle lodi; non poteva sentirsi ripetere ciò che ella sapeva già; non poteva sentirsi confermare che Maria era una creatura eletta, che esercitava un fascino sugli uomini come sulle donne, perchè era bella ed era buona.

—Dunque Pio è andato a raggiungerla; dunque s'intendono, si sottraggono alla mia vigilanza!—pensava donna Camilla tornando a casa pallida e fremente. In tutto quel giorno ella rimase sola, in camera, combattuta fra il desiderio di partire e il timore di dover aprire l'animo suo alla suocera per la quale sentiva una profonda antipatia, sentimento che la duchessa Teresa nutriva a sua volta per lei.

Quelle due signore, che vivevano insieme da cinque anni, che due volte al giorno sedevano alla stessa tavola, non si potevano soffrire. Donna Teresa, specialmente dopo la malattia di don Pio, accusava la nuora di annoiarlo, di non saperlo distrarre dall'abbattimento in cui era caduto, di essere una nullità, di non aver saputo dare a casa Urbani neppure dei figli, che avrebbero portato una nota di vita in quel palazzo così triste; la principessa invece era gelosa della madre, la quale capiva le tendenze del figlio, che aveva saputo rimanere un'amica e aveva sull'animo di lui un grande ascendente. Benchè poco intelligente, ella sentiva tutta la superiorità di donna Teresa, e, riconoscendosi inferiore, era umiliata come donna, era offesa come moglie. Anche quel grande, illimitato amore della duchessa per don Pio, era una nuova umiliazione per lei. Ella sapeva bene che la duchessa avrebbe osteggiato la sua partenza, le avrebbe impedito di mettersi in viaggio se avesse indovinato che il figlio desiderava esser libero e lontano dalla sorveglianza della moglie, e che quella lontananza poteva procurare al suo Pio un sollievo, qualche ora di felicità.

A pranzo le due signore si trovarono sole, poichè l'Onorati da qualche tempo era ammalato e doveva desinare in camera. Donna Camilla, che aveva pensato al modo di partire senza destar sospetti nella duchessa, disse di aver ricevuto una lettera da suo fratello Alberto, che era nella sua tenuta di Montemagno, a poca distanza da Poggio Mirteto, e esternò il desiderio di andargli a fare una improvvisata.

—Va pure,—disse la duchessa, lieta di liberarsi da quella compagnia poco gradita.

—Allora partirò domattina,—rispose la principessa senza alzare gli occhi dal piatto, per non dare a conoscere la gioia perversa che provava.

E la mattina dopo a colazione ella comparve vestita di panno grigio, col cappello di feltro in testa, e la sua voce nasale echeggiava quasi gaia nell'ampia sala da pranzo. Mangiò in fretta per non perdere la corsa dell'una e trenta e poi stese la mano alla suocera e partì accompagnata dalla cameriera soltanto, ma invece di prendere il biglietto per la piccola stazione a breve distanza da Roma, lo prese addirittura per Venezia. Era sicura che l'istinto non la ingannava, che don Pio era là, e il pensiero di amareggiarlo, d'impedirgli di esser felice, di tormentarlo con la sua presenza, le dava una soddisfazione intima e le impediva di sentire la noia e il disagio del lungo viaggio. In tutte quelle ore non mangiò nulla, non bevve un sorso d'acqua, non chiuse mai gli occhi e non guardò i paesi che traversava. Ella non voleva disturbi; voleva assaporare tutta la gioia malvagia del dolore che avrebbe procurato a don Pio. Egli negavale un po' di felicità, e lei non aveva altra brama che di distruggere quella di lui; viva lei, non sarebbe mai stato un'ora felice, mai!