Giunta a Venezia andò diretta all'albergo Danieli, dove sapeva che don Pio soleva dimorare, e dato il suo nome si fece accompagnare al quartiere di lui.
Don Pio dormiva ancora, e si destò all'improvviso udendo entrare qualcuno in camera. Le candele, quasi interamente consumate, mandavano, prima di spengersi, degli sprazzi di luce viva sul ritratto, ed egli, nell'aprir gli occhi, con la mente ancora volta a Maria, che aveva sognata tutta la notte, fece un balzo sul letto e fra il sogno pronunziò con amore il dolce nome, che le labbra anelanti invocavano di continuo: Maria!
—T'inganni, Pio; sono io, Camilla,—disse la principessa in tono aspro e nasale fissando il ritratto sul quale la luce oscillante delle candele passava rapida come un'ardente e furtiva carezza.
—Perchè sei venuta?—gli domandò il principe meravigliato e turbato nel vederla.
—Perchè l'istinto mi diceva che il mio posto era qui accanto a te.
E accennando il ritratto aggiunse:
—Vedi che non avevo torto.
—Tu sei il mio tormento,—le disse don Pio mestamente, scrollando il capo, per significare che tutto era perduto, che l'arrivo della principessa distruggeva la sua unica speranza.
—Io sono tua moglie, non voglio nè posso permettere che tu commetta pazzie.
—Non fare scene, non fare scandali, non renderti ridicola, se no...—disse don Pio in tono di minaccia.