—Che cosa mi faresti?—domandò la principessa facendo alcuni passi per avvicinarsi al letto.

—A te nulla; non ti torcerò mai un capello; ma farei sostenere la legge del divorzio e ti ripudierei come si ripudia tutto quello che ci è antipatico, insopportabile, odioso.

—Quella legge non sarà mai accettata dalla gente onesta,—disse al principessa.

—Meglio! La canaglia la sosterrà compatta e la canaglia impera.

—E allora chi sei tu, chi sono i tuoi?—domandò donna Camilla.

—Canaglia,—rispose il principe.—Io, tu, tutti quelli che, come noi, non hanno sentimenti, non credono all'onestà, ridono della virtù, insidiano la pace delle persone tranquille e laboriose, che sostengono principî che non sentono, che propugnano idee che non sono frutto delle loro convinzioni, che aizzano gli uni contro gli altri, che demoliscono idoli, distruggono credenze, che mirano sempre al guadagno senza tener conto del danno delle masse, non sono altro che canaglia, canaglia, canaglia!

Don Pio, seduto sul letto, parlava agitando le scarne braccia, che le maniche sbottonate della camicia da notte lasciavano scoperte, e con quei capelli arruffati, che gli erano tornati canuti, e la barba grigia, pareva un vecchio profeta in un accesso di religioso furore.

—E l'opera della Stampa sostenuta, pagata da te, quale è stata mai?

—Quella di fare di Roma, dell'Italia un paese vile, basso, senza ideali, senza fede nei beni morali; un paese che non ha forza di tollerare i rovesci, che si sgomenta della sventura; un paese che trema all'annunzio del colera, che non ha lagrime bastanti per piangere un soldato morto pugnando; un paese dove l'opera è nulla, dove la ricompensa è tutto; un paese dove l'onore, il dovere, il sacrifizio sono lettera morta, un paese che meriterebbe di esser coperto dal diluvio!

—Purchè Iddio ti affidasse la costruzione dell'arca!—osservò ironicamente la principessa.