—No, io preferirei perire insieme con gli altri, se nell'arca dovessi aver te, sempre te per compagna.

—Mi odii dunque molto?

—No; sono un vile e non so odiare; ci vuole ben altra fibra della mia per nutrire un sentimento potente come quello; ma non ti posso soffrire,—e la guardò, accompagnando con un riso cinico quelle parole.

—Sai amare però,—diss'ella accennando al ritratto, ora debolmente illuminato dalla luce, che penetrava dalla finestra.

—Neppure. Se sapessi amare, imporrei il mio amore e tu non avresti trovato qui un ritratto. Non so odiare, non so amare, non so volere!—disse il principe lasciando ricadere con una mossa di scoraggiamento la testa sui guanciali, e chiudendo gli occhi per non vedere la sua tormentatrice.

La principessa rimase un momento a guardarlo e poi uscì per andare nella camera in cui si era fatta preparare il bagno, nella piccola tinozza di guttaperca, che viaggiava sempre insieme con lei, e dopo essersi tuffata nell'acqua e vestita in fretta, prese la rozza coperta per i poveri e si mise di guardia nel salotto di don Pio, come faceva a Roma.

Don Pio sentiva il tic-tac rabbioso dei ferri, che gli martellava insistentemente nel cervello e non aveva neppure la forza di dire alla moglie che cessasse. Era ritornato nell'abbattimento, nell'inerzia, non voleva più nulla, non pensava più a nulla altro che al suo dolore.

Il viaggio a Rovigno, la consolazione che ne sperava, tutto era svanito dalla sua mente; era stato un dolce sogno che si confondeva con i sogni della notte. Nel riaprir gli occhi aveva veduto Camilla, e ora ella era là che lavorava, che vegliava implacabilmente su di lui!

Mentre don Pio inerte, senza volontà, stava abbandonato sul letto, e Giorgio preparava quetamente nella stanza la biancheria e gli abiti del principe, fu bussato alla porta del salotto, e donna Camilla, cessando un momento il lavoro, diceva "avanti".

Il Rossetti, tutto umile, col cappello in mano, entrava, e vedendo una signora la salutava fino in terra.