Ed era così infatti. Il suo cervello, poco solidamente organizzato, non era fatto per resistere a tanti urti, a tanti pensieri incresciosi, e specialmente non era fatto per resistere alla persecuzione incessante, noiosa, meschina della principessa. Ora ella aveva scoperto in parte il vero, rispetto allo stato finanziario del marito, e alla persecuzione gelosa aggiungeva quella dell'interesse.
—Per quella donna ti sei rovinato e ci hai rovinati; meritava davvero il conto. Comincia dall'abbandonare il giornale e pentiti delle empietà commesse con quel mezzo.
Don Pio, invece di rispondere, fingeva di dormire. La Stampa non c'era bisogno che l'abbandonasse; l'aveva già abbandonata, e Ubaldo e il Rosati, incoraggiati da quel primo fatto del Carrani, non solo avevano cessato l'opposizione contro i due nuovi ministri reclutati nel loro partito, ma in certe questioni erano più benevoli col Gabinetto intiero e sognavano, sognavano tutti e due, alla caduta del vecchio Presidente del Consiglio affranto dagli anni e dai malanni, di far della Stampa l'organo ufficioso del nuovo presidente; ambizione quella comune a molti giornalisti illusi, i quali non sanno che il sussidio che ricevono per cantare sempre osanna non li compensa neppure della decima parte dei lettori che perdono. E così nell'amministrazione come nella direzione politica i due utilitari si erano ingeriti. Essi avevano licenziati diversi inutili corrispondenti, e lo scrittore letterario; avevano ristrette giudiziosamente le spese di telegrammi e non inserivano più nulla in cronaca senza esigere un alto compenso. Il giornale tirava 80,000 copie e poteva essere esigente.
Queste riforme che il principe sanciva con la sua indifferenza e il suo silenzio destarono il malcontento fra gl'impiegati d'amministrazione; alcuni se ne andarono, altri furono licenziati, e anche l'amministrazione, che Fabio prese sotto la sua speciale sorveglianza, non fu più così numerosa e così disordinata, e La Stampa potè farsi da sè largamente le spese e farle ai suoi vice-proprietari.
Per altro ogni volta che c'era da far fronte a una scadenza, l'intendente del principe vuotava la cassa del giornale, e quel giorno Fabio e Ubaldo erano di pessimo umore, poichè non sapevano come fare a dividere le due amministrazioni. Essi non tenevano conto dei capitali inghiottiti dal giornale e si credevano defraudati quando casa Urbani ricorreva alla Stampa, per riparare momentaneamente allo sfacelo cui andava incontro inesorabilmente.
Un giorno, verso la metà di luglio, una notizia molto grave giunse dalla Marsiliana al palazzo Urbani e la portò un buttero trafelato.
Quattrocento lavoranti del canale emissario si erano ammutinati chiedendo la paga, che si negava loro da più settimane, e armati di pale e di vanghe marciavano su Roma, per venir da sè a domandare al principe la loro mercede.
La duchessa, tornando di fuori, aveva veduto il buttero scender da cavallo e parlare concitato col portinaio, mentre scoteva il cappello bagnato di sudore. Ella lo interrogò e seppe che il buttero era inviato dall'intendente e chiedeva di essere ammesso dal principe. Con poche parole, senza eccitamento, quel villano le fece un quadro spaventoso della situazione.
—Aspettate, riferirò io,—diss'ella, e salì.
Il principe era nel suo salottino e sfogliava La Vie Parisienne; donna Camilla lavorava alla rozza coperta per i poveri.