—Vieni al telegrafo; ti detterò io quel che devi telegrafare alla Gazzetta,—e salutando appena gli altri, uscì.

—Mio caro Peronelli,—disse Caruso, appena rimase solo col redattore del Fieramosca,—a te voglio fare una confidenza. Tu sei di opinioni liberali ed è bene tu sappia la verità; il principe della Marsiliana non ha basi solide nel Trastevere, l'entusiasmo di stasera si deve a quella idea buttata là della stazione, idea che non credo sia sua e che egli certo non saprebbe svolgere e molto meno attuare. Appena svanito questo bollore, i Trasteverini rammenteranno bene che don Pio non ha fatto nulla, nulla nè prima nè dopo il settanta, che è legato a una moglie di sentimenti e tendenze ultra-clericali, che è educato da una madre nera come la cappa del camino, e che per il popolo non ha davvero simpatie; non è molto che ne ha dato prova quando travolse sotto alla sua carrozza quella vecchia e poi lesinava le poche lire per venirle in aiuto; fu il Fieramosca allora che narrò il fatto.

—È vero,—disse il Peronelli riflettendo.—Noi, del resto, non abbiamo accettata la lista concordata dalla Unione costituzionale-progressista e possiamo combatterlo e portare invece del suo nome quello del professore Ghirani, che è un patriotta, un amico. Ora vado a divertirmi,—soggiunse il Peronelli alzandosi e chiamando il cameriere per pagare.

Caruso si alzò pure sorridendo malignamente ma sulla porta del caffè salutò il Peronelli e si diresse a casa lasciando che l'altro andasse a sfogare contro il principe della Marsiliana il vecchio risentimento dello spostato per il signore, e, sorridendo per aver lavorato efficacemente per il suo avvenire, Ubaldo Caruso entrò nella casa, che abitava sull'angolo delle Convertite, e spogliatosi si addormentò tranquillamente.

Lo stesso non accadde a don Pio; una volta solo nel suo salotto egli si dette a riflettere agli avvenimenti della sera, e lo assalì lo sgomento di esser divenuto schiavo di un uomo che gli ispirava un senso involontario di repulsione. Nello stringere quella mano grassa, madida e fredda stesagli dal Caruso, nel momento di separarsi, aveva provato quella stessa impressione che si prova nel toccare qualcosa di ributtante; sensazione apparentemente fisica, ma che ha le sue basi nel morale.

Egli dette al suo cameriere Giorgio il permesso di coricarsi, ma prima fece preparare il tè sopra un tavolinetto di legno, rivestito di stoffa antica, e, mentre la fiamma azzurrognola crepitava sotto il ramino di argento, don Pio accese la sigaretta e gettatosi sopra una poltrona si dette a meditare, a meditare sulla vita passata, così vuota, così sterile, e sulla vita avvenire che egli voleva ad ogni costo circondata, rivestita di gloria. Sulla parete di fronte a lui v'era appeso un grande ritratto del cardinale Urbani, vestito della porpora, col lungo strascico coperto di merletto di Venezia, la croce di brillanti sul petto, i capelli scendenti sulle spalle in copiosi ricci, e lo sguardo imperioso e ardito.

Illuminato da un lume basso, quel ritratto in piedi si allungava tanto da prendere proporzioni gigantesche, e mentre don Pio lo fissava, parevagli che la bocca si atteggiasse a un sorriso di scherno, e che tutta la fisonomia del fiero prelato prendesse una espressione di disprezzo, che affliggeva e umiliava l'ultimo discendente degli Urbani. Com'era piccino, infatti, fisicamente e moralmente, rispetto al cardinale, e come sentiva la sua piccolezza! Gli pareva di vedere il fiero signore a cavallo, col petto rivestito di ferro muovere da quello stesso palazzo per andare a difendere il Castello della Marsiliana, minacciato dai Colonna; gli pareva di vederlo attaccare violentemente nel Concilio di Trento le dottrine di Lutero, gli pareva di vederlo circondato di artisti insigni e di dotti discutere argomenti di arte e di letteratura in mezzo a quella corte geniale che aveva saputo formarsi d'intorno, e alla quale aveva commesso le opere d'arte che ornavano il palazzo, e la ricerca delle preziose antichità e dei libri rari che facevano non solo di quel palazzo, ma anche delle ville sontuose di casa Urbani altrettanti asili della bellezza artistica e della sapienza umana.

Quel sentimento della sua piccolezza si traduceva in una sensazione fisica, e don Pio si rannicchiava sulla poltrona, palpava le esili braccia, senza distoglier l'occhio dal quadro, e stabiliva involontariamente un confronto fra le membra muscolose e potenti di quel porporato, e sè stesso. Allora lo vinceva un senso di doloroso sgomento. Quel nome che portava parevagli un pondo troppo immane per le sue deboli spalle, e si pentiva di aver fatto un primo passo nella via pubblica, appunto perchè sentiva di non poter su quella lasciare nessuna orma profonda, riconoscendosi incapace di grandezza, sia nel bene, sia nel male.

Un sorriso stupido gli correva in quel momento sulle labbra carnose, e i grandi occhi neri, mansueti come quelli del bove, si distoglievano dal ritratto dei cardinale per vagare vuoti di un pensiero energico, per la stanza. Senza quella cena della sera egli avrebbe la mattina dopo disposto tutto per la partenza e se ne sarebbe andato a Parigi a dimenticare le noie procurategli già da quella elezione; ma ora era compromesso, aveva invocato l'aiuto della parte più energica del popolo di Roma, aveva affacciata una idea e doveva necessariamente sostenerla e svilupparla; ma come fare?

Mentre più che mai sentiva l'insufficienza delle sue forze, mentre più che mai capiva che, senza un aiuto, egli non sarebbe riuscito a cavarsi da quel ginepraio, sentì bussare alla porta che dava sulla galleria, e prima che avesse fatto in tempo a girar la maniglia, vide entrare nella stanza la madre col capo coperto da una cuffia di merletto e il corpo grasso e floscio avvolto in un accappatoio di lana bianca.