—Se sapessi, sarei ben lieto di prender la penna, ma non so,—rispose il principe in tono allegro.
—Non ti vergogneresti di farti giornalista?
—No, anzi sarei fiero di saper fare qualcosa, mentre così devo sempre ricorrere ad altri, ed è cosa che mi umilia.
—Come sei cambiato, Pio!—esclamò donna Camilla.
—Cammino con i tempi, che vuoi? Se mi ostinassi a tener le mani alla cintola, per fare come fecero alcuni dei miei antenati, tutti mi passerebbero avanti, e io sono della tempra dei cavalli da corsa; non solo non tollero che alcuno mi lasci addietro di una testa, ma neppure tollero di sentirmi galoppare alle calcagna. Ci trovi qualcosa da ridire, Camilla?
—La mia parte non è quella di biasimare; io amo l'ombra, la quiete, e nella quiete medito e prego.
Il principe sorrise ironicamente e guardò la madre. Era ebro, non già per il vino bevuto, ma per le idee che gli mulinavano per il capo, per quella vita nuova nella quale s'ingolfava, e in cui sperava di spendere quella malsana irrequietezza, che lo aveva spinto per il passato a viaggiare di continuo, a gettarsi ora nei piaceri della vita di Parigi e di Cannes, ora in quelli della vita inglese; a cambiare capricciosamente sistema di coltivazione nei suoi possessi, a riformare, senza attendere il risultalo di una prima riforma, l'allevamento delle razze equine e bovine, a disfare per riedificare. A trentacinque anni don Pio era, come carattere, un ragazzo male educato, e la deputazione, la vita politica, si presentava a lui con tutte le attrattive di un nuovo trastullo. Prendevano il caffè quando alla duchessa fu recata una carta sulla quale don Pio gettò gli occhi.
—Pregate quel signore di attendermi un momento.—diss'ella continuando a bere il moka.
—Non sapevo che tu conoscessi il Rosati,—osservò don Pio.
—L'ho conosciuto per giovarti e credo che di quel ragazzo si possa fare un utile cooperatore.