IX.

Durante l'estate, per non trovarsi solo di fronte alla principessa a pranzo e a colazione, don Pio aveva invitato un vecchio professore, molto noto come bibliofilo, a riordinare l'archivio di famiglia, e lo tratteneva sempre ai pasti e con lui impegnava lunghe discussioni sugli antenati e sui fatti storici cui essi avevano partecipato. Così la principessa non aveva modo di far quasi mai sentire la sua voce, e appena preso il caffè fuggiva indispettita lasciando il marito a discutere con l'Onorati.

In quell'estate il teatro "La Fenice" fu condotto a termine e don Pio non solo si occupava di farlo addobbare all'interno con tutta l'eleganza possibile, ma pensava pure a procurargli per le tre stagioni invernali, tre compagnie di canto, che assicurassero alla Fenice la sua reputazione.

—Prima costruttore, poi giornalista, ora impresario! Quante trasformazioni vedremo ancora?—dicevano i vecchi e i giovani patrizi, che non perdevano d'occhio il principe.

Alcuni di essi avevano tanta fiducia nella malleabilità del carattere di don Pio, che speravano ancora, dopo aver fatto il mangiatore di preti e l'irriverente verso la dinastia, di vederlo di nuovo al Vaticano, nelle anticamere papali o forse con l'uniforme degli esenti della guardia nobile addosso.

Verso i primi di novembre, quando la gente era in parte ritornata a Roma, don Pio volle inaugurare il teatro con un ricevimento ai giornalisti, al mondo politico e agli amici.

Gl'inviti furono diramati dal principe istesso, e siccome il teatro conteneva circa quattromila persone, così furono dispensati un po' in tutte le classi sociali e l'aristocrazia ne ebbe la sua parte.

Donna Camilla, informata da Fabio di quel fatto, stabilì di assistere alla festa, ma non disse nulla al marito di questo divisamento, e neppure alle parenti e alle amiche, che la tempestavano di domande.

—Non mi occupo degli affari di mio marito,—rispondeva ella sdegnosamente a quante le parlavano della Fenice—"Cela ne me regarde pas."

E pareva infatti che ella non si curasse per nulla di ciò che faceva don Pio, tanto la mossa con cui accompagnava quell'asserzione era sdegnosa, e il tono della voce, sprezzante.