—Il Rosati le ha detto tutto?—le domandò con voce appena intelligibile.
—Sì.
Una lunga e penosissima pausa tenne dietro a questa risposta; Maria era profondamente turbata; il principe tremante, agitato, più che mai desideroso di lei, non sapeva come rompere il silenzio.
—Non voglio che alcuno soffra per me—diss'ella guardando il principe mestamente,—e non posso permettere che mi si giudichi colpevole. La prego dunque di non occuparsi più punto di me, di dimenticarmi, e io, senza precipitazione, senza dar nell'occhio, saprò far cessare tutti i tormenti e tutti i sospetti.
Ella parlava lentamente, pesando le parole prima di pronunziarle, con una serietà, che rivelava la persona assuefatta alle persecuzioni della sorte, assuefatta a non sgomentarsi delle sventure, sentendosi sorretta dall'illibatezza della sua coscienza e del suo pensiero.
—Maria,—le disse il principe con voce concitata,—non parli di allontanarsi, non ammetta neppure che io possa dimenticarla, non sacrifichi me per soddisfare il capriccio geloso di una donna, che non mi ama, che non mi ha mai amato, e che fin qui ha tollerato senza affliggersene la mia indifferenza e la mia trascuratezza; non mi tolga tutte le gioie che provo a vederla. Non mi tolga la speranza che un giorno si lascierà intenerire dal mio amore e mi amerà. Tutte le donne mi sono divenute indifferenti, mi pare che lei sola sia la donna capace di rendermi felice. Lei è il movente di tutte le mie azioni, lo scopo di tutti i miei pensieri, la mia ambizione, la mia consolazione: non mi lasci, non mi abbandoni!
Maria non ebbe campo di togliere a don Pio ogni speranza. L'on. Carrani si avanzava verso di lei sorridente. Egli era tornato quel giorno stesso dopo un viaggio in Romagna e recava liete novelle. Il paese era scontento del Governo e non aveva nessuna fiducia negli uomini che erano al potere. I deputati delle regioni visitate dall'on. Carrani, erano pronti a mettere, alla prima discussione, il Presidente del Consiglio nella necessità di chiedere alla Camera un voto di fiducia. La Camera, dai calcoli fatti, o negava il voto o lo dava a scarsissima maggioranza; una crisi era inevitabile e il vecchio Presidente del Consiglio non poteva negare dei portafogli agli uomini del loro partito. Ormai si trattava di giorni, e quei giorni dovevano essere abilmente sfruttati dalla Stampa con attacchi abili contro il ministro di Grazia e Giustizia e contro quello della Marina, gli uomini più moderati del Gabinetto e per questo più invisi ai progressisti. Il primo doveva essere attaccato per la tolleranza illegale di cui dava prova lasciando che gli ordini religiosi acquistassero sempre maggiori affigliati, lasciando che, nonostante la legge che proibisce i conventi, questi si popolassero di continuo ai nuovi frati e di nuove monache; quello della Marina doveva essere attaccato nel sistema di costruzioni navali che aveva adottato; bisognava dimostrare che le grandi navi già varate e quelle che erano sui cantieri assorbivano somme enormi e che erano insufficienti a difendere le coste italiane.
—Intendetevi con Ubaldo;—disse il principe che non seguiva per nulla il Carrani nella sua esposizione,—egli è di là che scrive e lo troverete subito.
L'on. Carrani non capì che il principe lo voleva allontanare e si diede a insistere sulla necessità di trovare un tecnico per attaccare il ministro della Marina.
—Ne conosco uno, un ex-ufficiale, eccovi un biglietto per lui, fatelo cercare,—e scritto in fretta due parole col lapis su una carta da visita, la consegnò al Carrani.