Ma egli non si fermava; correva sempre, correva precipitosamente finchè non cadde nell'ingresso del giornale, dove in quel momento trasportavano Maria priva di sensi.

Fra tutta quella gente, che si affollava a prestar cure alla signora Caruso e al principe della Marsiliana, e che si faceva sempre più numerosa per il sopraggiungere degli operai della tipografia e dei passanti, che entravano liberamente nell'androne della Stampa, non vi fu nessuno che in sulle prime pensasse ad avvertire i pompieri. Tutte le teste si protendevano per vedere la bella donna stesa esanime sopra un materassino, tolto alla camera del portinaio, e per veder don Pio con gli occhi chiusi, i baffi e i capelli bruciati, seduto sopra una sedia, senza dar segno di vita. Fabio Rosati fu il primo che riacquistasse il sangue freddo, e dopo aver domandato se i vigili erano giunti, si staccò dal fianco del principe per andare al telefono ad avvertire tutte le stazioni dei pompieri. La sua voce echeggiava sinistramente in quel silenzio sepolcrale, e quelle parole di "aiuto, soccorso" che egli ripeteva continuamente facevano rabbrividire quanti le udivano, perchè quelle due vittime, che giacevano lì inanimate, erano le prime, ma non le ultime, che poteva fare l'incendio.

Un medico trovandosi a passare per caso, entrò e, fattosi largo fra la folla si avvicinò a Maria, le mise l'orecchio sul cuore e ordinò che fosse adagiata in una carrozza e condotta a casa. Ubaldo, che le era stato fino a quel momento inginocchiato accanto, la prese fra le braccia e passò in mezzo alla gente raccogliendo le parole di commiserazione che la vista di quella bella creatura strappava a tutti.

—Poverina! Pare morta!—diceva la gente cercando di farsi strada fra la folla per accompagnarla.

Il medico voleva seguire Maria, ma il Rosati lo trattenne e lo condusse accanto al principe, che era tuttavia privo di sensi e pareva mummificato.

—Trovami un chirurgo, subito, per carità,—aveva detto Ubaldo al Suardi il quale avevalo aiutato a adagiare Maria nella carrozza. E il Suardi era andato correndo in due o tre farmacie e poco dopo giungeva a casa di Ubaldo insieme con un chirurgo, il quale spogliata la ferita trovò che aveva una gamba rotta e non nascose che il caso era complicato da una forte commozione cerebrale.

Il bambino di Maria, il piccolo Mario, s'era destato all'improvviso udendo delle voci in camera, e seduto sul letto piangeva chiamando la mamma e irritandosi perchè non otteneva risposta da lei. Una folla di gente composta della portinaia, dei pigionali, di curiosi, empiva la stanza, e il bel corpo abbandonato era profanato dagli sguardi di tutti.

Senza che Maria riacquistasse i sensi le fu fatta la fasciatura della gamba. I begli occhi restavano chiusi, tumefatti, circondati di nero, e dalle labbra coperte di bava usciva un lamento continuo straziante.

Il chirurgo aveva pensato a spogliare Maria per assicurarsi che non vi erano altre fratture, le aveva tolto di testa il cappello, ma nessuno aveva pensato a levarle i lunghi guanti, che le giungevano fino al gomito, nè la sciarpa che le avvolgeva il collo.

Adriana, accorse anche lei a casa dell'amica e vedendola così sconciamente esposta agli sguardi di tutti, fece uscire di camera gli estranei, le tolse i guanti, la sciarpa, la coprì, raccolse le vesti e si dette a vegliarla.