—Bella conversazione!—esclamò ad un tratto donna Fulvia, prorompendo in una risatina secca, nervosa.

Egli la guardò, attonito.

—Non ài dunque nulla da dirmi?—chiese ella sottovoce.

—Al contrario: tante cose...

—Belle, imagino.

—Belle.

—Forse che mi ami, non è vero?

Paolo accennò di sì col capo, sorridendo appena.

—Potessi crederti!...—mormorò Fulvia, e fissò gli sguardi d’avanti a sé nel vuoto.

—Ne dubiti, forse?... E come? E perché? Ma da mesi io non consacro le ore più belle della mia vita a questo amore, che riempie tutto il mio pensiero, come tutto il mio cuore? No: non t’amo soltanto, Fulvia; io sento in me qualche cosa di più nobile dell’amore, e di più grande: molti uomini sanno amare sapendo d’esser corrisposti: ma io non ti amerei meno (e ti ò già amata così!) senza una sola speranza, col cieco fanatismo di un fachiro indiano, per dedicarti disperato e sprezzato le mie disperazioni e i miei tormenti. Lo credi?