—Ascoltami. Io sono tua moglie, se non ancora in faccia a Dio, in faccia agli uomini: sarò tua, te lo giuro... sarò tua—ripeté—ma ora... ora, non voglio... non posso...
L’Érmoli fece un atto di stupore.
—Non chiedermene il perché,—soggiunse Fulvia subitamente;—verrà giorno che lo saprai, fors’anche presto... ma ora, se mi ami davvero come tu dici, devi rispettare questo mio desiderio... devi rispettarlo... Bada che da questo momento dipende tutta la felicità del nostro avvenire!...
—Sì, sì,—interruppe con sarcasmo Paolo;—non è affatto necessario che tu insista così; perché, te lo accerto, non v’è pericolo alcuno ch’io t’usi anche la benché minima violenza morale. Io lo rispetterò. Solo vorrei conoscere prima d’uscir di qui perché ài tu accettato di sposarmi quando sapevi di dovermi preparare questa niente gustosa scena conjugale per la prima notte di matrimonio. E questo me lo dirai. Non è vero che me lo dirai?
Ella lo guardò, maravigliata di quel tono di voce aspro e sarcastico che non aveva mai udito dalla sua bocca: e le contrazioni delle labbra di lui, che volevan simulare un brutto sorriso, la fecero istintivamente fremere. Si fece forza, e rispose con energia, agitando alquanto la bella testa:
—Sì, sùbito. Perché t’amavo.
—E allora?...—domandò l’Érmoli, sorridendo.
Poi soggiunse, ironicamente:
—Ah! è vero, questo non te lo devo chiedere. Lo saprò un giorno, fors’anche presto, ma ora non puoi, non vuoi... È vero!
Fece l’atto di uscire: ella quello di parlare, ma né l’uno si mosse, né l’altra disse motto. Rimasero alcun tempo silenziosi, non osando pur di guardarsi, seguendo ciascuno il corso dei propri pensieri. Paolo, sempre pallidissimo, ma senza un fremito, risaliva la torbida corrente del suo passato: Fulvia, agitata e convulsa, discendeva in vece quella misteriosa del suo avvenire, e soffocava a stento la voce del cuore che già le parlava dolcemente di quell’uomo forse scellerato.