—Diego? Che cosa?—domandò con la voce dura.

Fulvia alzò gli occhi luccicanti, tentò ripetutamente di parlare, poi vedendo di non riuscire, s’abbandonò, spossata, sopra una sedia, il capo fra le mani tremanti, la gola strozzata da un singhiozzo.

L’Érmoli, imperturbabile, aspettò ch’ella si riavesse da quell’accasciamento improvviso, poi riprese con un sogghigno:

—È per essere fedele alla memoria sua che mi ti sei contrastata così?

—Ah! no, ascolta: non insultare. Ormai ti devo dir tutto: tu l’ài voluto... Ascoltami: non m’insultare. Io ò sospettato...

—Che cosa?

—... di te...

—Di me?!...

Fulvia si levò in piedi.

—Sì, di te, di te. Oh! Dimmi ora che non è vero, dimmi che tu non sei stato... che tu sei innocente... Dimmelo!...